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L’anima di un quartiere che sfida l’Etna tra memoria e sapori

Un viaggio nel cuore pulsante di Catania, dove la pietra lavica narra la resilienza di un popolo e le tradizioni culinarie diventano un rito collettivo.

Se c’è un luogo dove Catania smette di guardare il mare per sfidare con lo sguardo la maestosità dell’Etna, quello è il Fortino. Situato nella parte alta di via Giuseppe Garibaldi, questo storico rione non è solo un quartiere, ma una vera e propria porta d’accesso monumentale all’anima più profonda della città, segnata dalle cicatrici e dalla potenza rigeneratrice del vulcano.

Il simbolo indiscusso di questa identità è la Porta Garibaldi (già Porta Ferdinandea), un capolavoro architettonico che gioca sul contrasto cromatico: il bianco della pietra di Siracusa e il nero della pietra lavica creano un effetto “zebrato” che cattura l’occhio e racconta la dualità del territorio. E proprio lassù, sulla sommità dell’arco, svetta la fenice con il motto che è diventato il manifesto della catanesità: “Melior de cinere surgo” (Rinasco migliore dalle mie ceneri). Un messaggio scolpito nella pietra che ricorda come questa città abbia saputo ricostruirsi, più bella e forte, dopo ogni calamità.

Il nome stesso del quartiere affonda le radici nella storia della sopravvivenza. “Fortino” richiama le opere difensive erette dopo la catastrofica eruzione del 1669, quando il fiume di fuoco circondò il Castello Ursino e ridisegnò per sempre la geografia urbana. Camminare oggi per queste strade significa calpestare il punto esatto in cui la lava arrestò la sua corsa, trasformando la distruzione nelle fondamenta di una nuova espansione.

Ma quando cala la sera, la storia lascia spazio alla vita pulsante. Il Fortino si trasforma nel tempio dello street food catanese, avvolto dai fumi profumati delle “focone”, le braci sempre ardenti. Qui il rito della carne di cavallo è sacro: polpette, fettine e involtini finiscono in panini fragranti, consumati in un’atmosfera di socialità verace e senza filtri. Tra il vociare dei passanti e i tavoli all’aperto, la serata si conclude immancabilmente ai chioschi, con un dissetante seltz, limone e sale. Visitare il Fortino non è solo turismo, è un’immersione nell’orgoglio della “città nera”.

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Redazione