Emergenza meteo e turismo: le associazioni di categoria chiedono interventi urgenti per la stagione 2026
Situazione al Viale Kennedy Catania
Le onde si sono ritirate, il vento ha smesso di ululare, ma per il comparto turistico siciliano la vera tempesta inizia adesso. Sotto il cielo plumbeo che ha accompagnato il passaggio del ciclone, resta una contabilità impietosa fatta di litorali cancellati, strutture ricettive sventrate e una paura, palpabile e concreta, che guarda dritta al calendario: l’estate 2026. Non è solo una questione di calcinacci da rimuovere o di sabbia da riportare dove il mare l’ha inghiottita; è una corsa contro il tempo e contro la burocrazia per evitare che l’industria dell’ospitalità, motore trainante dell’economia isolana, si inceppi irrimediabilmente.
La situazione dipinge un quadro a tinte fosche lungo tutta la costa orientale. Da una parte c’è l’orgoglio di chi non vuole arrendersi, dall’altra il realismo di chi ha perso tutto. Le associazioni di categoria si trovano a dover gestire un equilibrio precario: lanciare l’allarme per ottenere aiuti immediati senza però terrorizzare i mercati internazionali. Il messaggio che parte dalle località più blasonate, come la Perla dello Ionio, è un tentativo disperato di rassicurazione: i centri storici hanno retto, ma le zone costiere sono in ginocchio. I tour operator stranieri, pragmatici e spietati, chiedono già garanzie. Se i cantieri non partiranno subito, i flussi turistici verranno dirottati altrove, verso mete più sicure, lasciando la Sicilia con le spiagge vuote e i conti in rosso.
Le testimonianze che arrivano dal fronte imprenditoriale sono drammatiche e raccontano di danni mostruosi in un territorio già fragile sotto il profilo infrastrutturale. C’è chi, gestendo storici stabilimenti balneari tramandati da tre generazioni, si trova oggi davanti al nulla: sessant’anni di storia imprenditoriale spazzati via in una notte. Il mare non ha portato via solo cabine e attrezzature, ma la capacità di reddito futuro. Molti operatori confessano, con amara lucidità, di doversi indebitare solo per provare a riaprire, con la straziante consapevolezza di non poter garantire, nell’immediato, gli stipendi ai propri dipendenti. A questo scenario di desolazione si aggiunge la piaga dello sciacallaggio: in alcune zone della Plaia, approfittando del caos e del buio post-uragano, sono state rubate persino le cabine elettriche e i sottoservizi superstiti, un colpo basso a chi è già a terra.
Ma a paralizzare la ricostruzione non sono solo i detriti fisici, bensì quelli normativi. Sul capo degli imprenditori balneari pende, pesante come un macigno, la direttiva europea sulla concorrenza. Si è creato un cortocircuito economico micidiale: per riaprire servono investimenti ingenti, capitali freschi per ricostruire da zero lidi che non esistono più. Tuttavia, l’incertezza sulle concessioni demaniali e l’obbligo di riassegnazione tramite gare pubbliche frenano ogni entusiasmo. Chi investirebbe milioni di euro per ristrutturare un bene che, tra pochi mesi, potrebbe perdere? È il paradosso dell’emergenza che si scontra con la rigidità delle regole: investire oggi significa scommettere al buio sul proprio futuro.
Mentre a Siracusa e nel Catanese si guarda con sgomento alle spiagge “mangiate” dall’erosione e alla sparizione della linea di costa, la politica e le istituzioni sono chiamate a una risposta rapida. Non bastano le rassicurazioni di rito; servono deroghe, fondi immediati e certezze normative. Perché se è vero che i siciliani hanno nel DNA la capacità di rialzarsi, è altrettanto vero che senza la materia prima – la spiaggia e le strutture – l’accoglienza diventa un’utopia. La stagione 2026 è dietro l’angolo e il rischio, concreto e denunciato a gran voce, è che mentre la Sicilia conta i danni, i turisti abbiano già prenotato altrove.
