
C’è un’abitudine tutta italiana che dovrebbe far sorridere, e invece dice molto sul nostro modo di fare politica. Da quando il politologo Giovanni Sartori battezzò una legge elettorale con una finta parola latina, ogni riforma del voto ha avuto il suo nomignolo: il Mattarellum, poi il Porcellum, che il suo stesso autore Roberto Calderoli definì «una porcata», quindi l’Italicum e il Rosatellum. Oggi tocca allo Stabilicum, come lo chiama la maggioranza nel nome della stabilità, ribattezzato Melonellum dalle opposizioni, a suggerire una legge cucita su misura per chi governa. Ma dietro la disputa sui nomi si nasconde la domanda vera, quella che riguarda ogni cittadino: chi sceglie i nostri rappresentanti?
La riforma disegna un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza: alla coalizione che supera il 42% dei voti andrebbe un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Se nessuno raggiunge quella soglia si torna al proporzionale puro, ma se le prime due coalizioni superano entrambe il 35% si va a un ballottaggio nazionale per assegnare il premio. La soglia di sbarramento è fissata al 3%. E poi il punto che ha acceso lo scontro: le liste bloccate, sul modello del Rosatellum.
Il cuore della contesa è tutto qui. Con le liste bloccate l’elettore vota un simbolo, ma i nomi di chi finirà in Parlamento sono decisi prima, dall’alto, dalle segreterie dei partiti, secondo un ordine già stabilito. Giorgia Meloni vorrebbe introdurre le preferenze, gli alleati frenano, e su questo si sta consumando lo strappo nella maggioranza. Anche dentro Fratelli d’Italia, però, il confronto resta aperto: il partito della premier aveva valutato di reintrodurre le preferenze, prima di scegliere una linea più prudente. Sembra un tecnicismo. Non lo è. È la differenza tra un eletto che risponde ai cittadini e uno che risponde soltanto a chi lo ha messo in lista.
Proviamo a porla in modo semplice. Un deputato di Agrigento, come uno di Bari o di Napoli, che interesse concreto ha ad ascoltare il proprio territorio, a farsi carico delle sue problematiche, se la sua rielezione non dipende dai cittadini ma da una firma apposta su una lista a Roma? Se il suo posto è garantito dall’ordine deciso in segreteria, il legame con la gente diventa un optional, non una necessità. Sarebbe invece più giusto, e più democratico, che a entrare in Parlamento fossero gli eletti che la comunità conosce e premia, quelli di cui vede la presenza, non quelli calati dall’alto.
Sono ormai lontani i tempi in cui un eletto consumava le suole delle scarpe tra la sua gente. Si pensi a Pino Firrarello: anche con la febbre a quaranta, girava i suoi collegi comune per comune, riceveva i sindaci, ne raccoglieva le istanze e le portava fino in Senato. E la domenica era tra la gente, alle feste di paese e agli eventi del territorio, non per tagliare nastri ma per esserci, per ricordare che il politico c’era anche quando non c’era nessuna campagna elettorale all’orizzonte. Non era un’eccezione, era un modo di intendere il mandato: il parlamentare che teneva l’ufficio aperto il sabato per ascoltare chiunque bussasse, che conosceva per nome i problemi di ogni paese del collegio, che alle comunità locali doveva rendere conto perché da loro, e solo da loro, dipendeva la sua riconferma. Una politica faticosa, certo, ma vicina.
E qui sta il cortocircuito. Perché, dopo quello che abbiamo visto in Parlamento, viene da chiedersi quale classe dirigente producano davvero le liste bloccate. Abbiamo visto sedere tra chi scrive le leggi ex veline e volti noti scelti per la popolarità più che per la competenza, persone che non conoscono nemmeno i fondamenti della Costituzione eppure chiamate a proporre norme. E abbiamo visto, peggio ancora, eletti ricchissimi presentarsi nei telegiornali con una borsa da diecimila euro a parlare di povertà, senza percepire la distanza siderale tra le loro parole e la vita di chi li ascolta. Non è un problema di censo, ma di radici: chi non deve nulla agli elettori non sente il bisogno di assomigliare a loro, di capirli, di starci in mezzo.
C’è poi una questione di metodo, prima ancora che di merito, su cui ha acceso un faro anche la stampa internazionale, che ha letto la riforma come un tentativo di cambiare le regole del gioco per restare al potere. Non è da Paese democratico che il governo in carica cambi la legge elettorale da solo, a colpi di maggioranza, a un anno dalle elezioni e con l’evidente obiettivo di danneggiare gli avversari. L’ultima volta che in Italia accadde qualcosa di simile fu nel 2005, quando il centrodestra fece passare a strappi e spallate il Porcellum. Melonellum e Porcellum, due norme costruite per produrre un Parlamento di soli nominati: senza preferenze, senza collegi uninominali, senza la possibilità per gli elettori di scegliere chi li rappresenta nelle due Camere.
È esattamente questo che le liste bloccate rischiano di cancellare. Quando a scegliere è la segreteria e non l’elettore, il rappresentante guarda verso l’alto, non verso il basso. Si rafforza la fedeltà al partito, si indebolisce quella al territorio. E la distanza tra cittadini e politica, già enorme se si pensa al record di astensione di ogni tornata, è destinata ad allargarsi ancora. Si può chiamarla Stabilicum o Melonellum, ma la vera posta in gioco non è il nome della legge: è se vogliamo cittadini che scelgono i propri eletti, o sudditi che si limitano a ratificare scelte fatte altrove.