
Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha convocato per domani la giunta regionale a Palazzo d’Orleans. Secondo quanto risulta all’ANSA, nella riunione potrebbero essere annunciate le sue dimissioni, in un momento in cui sulla possibile fine della legislatura si rincorrono le ricostruzioni di partiti e protagonisti della politica siciliana. All’ordine del giorno figurano, per ora, i «provvedimenti più urgenti».
Il leader di Sud chiama Nord, Cateno De Luca, parla di una legislatura ormai «al capolinea» e ricostruisce quello che definisce l’andamento delle ultime 48 ore. Secondo la sua versione, la situazione sarebbe precipitata dopo che Schifani avrebbe fatto circolare la voce di un rifiuto dell’incarico al Csm, in vista di dimissioni anticipate previste per fine gennaio.
De Luca corregge però quella ricostruzione: «Pare che non sia vero che Schifani abbia rifiutato la candidatura al Csm, ma pare che negli ultimi tre o quattro giorni siano venute meno le condizioni per una sua candidatura al CSM. È ovvio che ci interroghiamo se siano venute meno le condizioni per cause politiche o per cause non politiche». Dice di non voler stabilire le cause, interessato solo «al fatto politico».
Nella sua lettura, da tempo era chiaro che non ci sarebbe stato un secondo mandato per Schifani, e l’incarico al Csm avrebbe rappresentato una via d’uscita concordata. «Nel frattempo si è rotto qualche meccanismo», dice, «e quindi quella strategia non può più essere messa in atto».
De Luca riprende un’immagine già usata nel suo intervento durante la mozione di sfiducia contro Schifani: «Il Re Sole è ora il Re Solo. Nessun partito ieri si è stracciato le vesti nell’inviare comunicati di sostegno a Schifani. Qualche mese prima, invece, c’era la gara a chi doveva somministrare metadone politico per tenere in piedi questa situazione».
Secondo la sua ricostruzione, nelle ultime ore si sarebbe cercato un compromesso per gestire la fase conclusiva della legislatura. Il nodo riguarderebbe circa 25 deputati regionali che, in caso di dimissioni immediate di Schifani, non maturerebbero il diritto alla pensione, scattabile dopo quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato. De Luca ipotizza un allineamento tra le dimissioni del presidente e le elezioni nazionali, da lui collocate nella seconda settimana di maggio, per consentire l’accorpamento con le regionali e le amministrative. Lo Statuto siciliano prevede il voto entro 90 giorni dalle dimissioni del presidente.
Per questo si dice scettico su un addio immediato: «Schifani non ci farà questo regalo di dimettersi subito. Io accenderei dieci ceri a tutte le patrone e alle nostre Madonnine se ciò si verificasse». Chiude dicendo che il suo partito è pronto a un’eventuale campagna elettorale, con le liste «quasi definite».
Il capogruppo del Partito Democratico all’Ars, Michele Catanzaro, chiede a Schifani di lasciare: «La Sicilia ha bisogno di essere governata, non può essere usata come merce di ricatto per personalismi e interessi di partito». Secondo Catanzaro, Schifani starebbe mettendo sotto pressione partiti e deputati della propria maggioranza per ottenere la ricandidatura, con il rischio di paralizzare il Parlamento regionale.
Il capogruppo dem richiama anche le «vicende giudiziarie che continuano a investire esponenti del centrodestra», citando il caso che riguarda Gaetano Armao, e conclude: «Schifani faccia finalmente l’unica cosa utile per la Sicilia, si dimetta».
Posizione opposta quella della Democrazia Cristiana. Il segretario nazionale Carmelo Pace esprime «apprezzamento per il lavoro del presidente della Regione Siciliana Renato Schifani», richiamando dichiarazioni recenti attribuite al presidente del Senato Ignazio La Russa. Pace cita «crescita economica e competitività della Sicilia» come risultati «documentati da organismi economici nazionali e internazionali».