
Cambia ancora una volta il sistema con cui gli italiani sceglieranno i propri parlamentari. La maggioranza presenta la nuova legge elettorale preferenze come un ritorno alla possibilità di scegliere, dopo anni di liste bloccate in cui a decidere chi entrava in Parlamento erano soprattutto le segreterie dei partiti.
Il capolista resta bloccato, ma per gli altri nomi in lista si potranno esprimere fino a tre preferenze su un totale di sei candidati. Chi sostiene la riforma sottolinea che con le candidature multiple la quota di eletti tramite preferenza cresce ulteriormente. Un ministro candidato in cinque collegi, per esempio, può essere eletto una volta sola: negli altri quattro il seggio va al primo dei non eletti, cioè a chi ha raccolto più preferenze. Meccanismo identico per i capolista bloccati, che scorrendo la lista liberano comunque il posto. Il calcolo finale, secondo i difensori della legge, porterebbe oltre il sessanta per cento degli eletti scelti tramite preferenza.
Sul piano dei numeri il ragionamento tiene. Resta però da capire perché mantenere un nome blindato in testa alla lista, se l’obiettivo dichiarato è restituire la scelta agli elettori. La risposta più onesta arriva dagli stessi sostenitori della riforma: il capolista bloccato serve a proteggere figure di competenza, tecnici o esperti utili al Paese ma privi di consenso elettorale diretto nel proprio collegio. È lo strumento con cui il partito si garantisce l’elezione di chi sceglie lui, tenendo per sé la carta più sicura e lasciando agli elettori tutte le altre.
C’è un effetto collaterale che pesa più di quanto si dica. Con i capolista bloccati salta l’alternanza tra uomini e donne, perché il posto garantito non è soggetto ad alcun vincolo di genere. Dato che i partiti tendono a blindare soprattutto i propri leader, quasi sempre uomini, il rischio concreto è che il seggio più sicuro finisca sistematicamente a un uomo, lasciando alle donne la strada più incerta delle preferenze.
Al Senato il voto finale non riserverebbe sorprese. Alla Camera, invece, le opposizioni torneranno a chiedere il voto segreto, l’arma che a luglio aveva già messo in difficoltà il governo. Stavolta l’esecutivo porrà la fiducia, con ministri e deputati precettati in aula: chi non si presenterà rischia la mancata ricandidatura.
I malumori non riguardano solo la tattica parlamentare. All’interno della stessa coalizione le preferenze non convincono tutti: c’è chi rivendica il diritto dei partiti a selezionare direttamente la classe dirigente, posizione che di fatto critica il meccanismo delle crocette. Le donne del partito si dicono scontente in modo trasversale per la scomparsa dell’alternanza di genere. E negli ambienti di governo circola il timore che sulla nuova legge possa presto pronunciarsi la Corte costituzionale.