In Sicilia comanda chi ha i numeri, e forse è una lezione per Roma

Mentre a Montecitorio si consumava quello che sembrava il funerale delle preferenze, con l’opposizione che esultava come per una vittoria di coppa per aver tenuto in vita le liste bloccate, in Sicilia andava in scena qualcosa di molto diverso. Un pezzo di politica dove nessuno viene calato dall’alto senza dover rendere conto dei propri numeri. La differenza tra i due mondi, quello romano e quello isolano, in questi giorni si è vista bene. Anche se, va detto subito, sulla vicenda romana l’ultima parola non è ancora stata scritta.

Due modi opposti di intendere il potere

Alla Camera la battaglia sulle preferenze si è chiusa con un solo voto di scarto, affossata da franchi tiratori che al riparo dello scrutinio segreto hanno difeso il privilegio di scegliere i parlamentari nelle segreterie di partito, lontano dagli elettori. Ma la storia non finisce qui. Il testo passa ora al Senato, dove non è previsto il voto segreto, e dove il presidente Ignazio La Russa sta lavorando a una riformulazione che punta a ripristinare l’alternanza di genere, così da recuperare il consenso delle deputate del centrodestra che avevano contribuito ad affossare la proposta iniziale.

La strada, però, resta tutta in salita. Forza Italia ha già fatto arrivare il proprio no fin nella stanza di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Metà dei senatori azzurri, secondo un conteggio informale, non voterebbe l’emendamento nemmeno a scrutinio palese. E c’è un ulteriore paradosso procedurale: anche se il testo dovesse passare al Senato per il rotto della cuffia, tornando poi alla Camera con la fiducia, il regolamento impone due votazioni separate. Una sulla fiducia, che passerebbe, e una sul merito, che rischierebbe di finire di nuovo impallinata dal voto segreto. Per ora l’unico a farsi avanti apertamente è Maurizio Lupi di Noi Moderati, pronto a presentare un emendamento sulle preferenze anche in solitaria, «per ridare la scelta dei rappresentanti ai cittadini». Capiremo solo nelle prossime settimane se la promessa reggerà oppure no.

In Sicilia, intanto, la leadership si contende alla luce del sole, e si misura su un metro che a Roma sembrano aver messo da parte: il consenso reale, i risultati, la capacità di tenere insieme una coalizione.

Lo dimostra il risiko che si è riacceso in questi giorni intorno alla guida della Regione. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha fatto capire di essere pronto a scendere in campo «di corsissima» qualora il centrodestra decidesse di cambiare cavallo. Ma ha aggiunto una cosa che a Roma suonerebbe quasi stonata, riconoscendo che Renato Schifani sta governando «benissimo». Non un attacco, dunque, ma un posizionamento fatto a viso aperto.

La difesa che arriva da un alleato, non dal partito

Il dato più interessante è arrivato poche ore dopo, e non da un forzista. A blindare Schifani è stato Luca Sbardella, commissario di Fratelli d’Italia in Sicilia, che ha definito «ingiusto» parlare di capolinea per il governatore, richiamando i traguardi raggiunti sul fronte occupazionale, economico e degli investimenti. È il segnale di una maggioranza che, pur con le sue tensioni, ragiona ancora in termini di squadra e di risultati, non solo di poltrone.

Certo, non mancano le ombre. Le vicende giudiziarie che hanno toccato alcuni deputati, l’ultimo Riccardo Gallo finito ai domiciliari, offrono all’opposizione argomenti per chiedere le dimissioni. Sbardella ha respinto la richiesta definendola «esagerata», ricordando che «le singole responsabilità si affrontano con la legge». Ed è un principio giusto, purché la politica non lo usi come scudo per non guardare in casa propria.

Il consenso non si eredita, si conquista

Resta un punto che vale più di ogni schermaglia interna. Secondo un sondaggio del Sole 24 Ore, Schifani gode ancora del sostegno degli elettori del centrodestra. È questo il vero motivo per cui le pressioni interne, per ora, si fermano. Non un patto tra correnti, ma il peso dei numeri veri, quelli che vengono dal territorio.

Ecco la lezione che la Sicilia, spesso raccontata solo per i suoi mali, può offrire in questi giorni alla politica nazionale. Qui chi guida deve avere i numeri, deve difenderli, deve conquistarseli sul campo. A Roma la partita sulle preferenze è ancora aperta, e c’è da augurarsi che al Senato prevalga il buon senso. Perché tra un modello che continua a fare a meno del giudizio degli elettori e uno che lo mette al centro, non dovrebbe esserci partita. Prima di guardare all’isola con sufficienza, qualcuno a Roma dovrebbe chiedersi quale dei due sia davvero più vicino ai cittadini.

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Published by
Alfio Musarra