Etna Tricolore, il trionfo nazionale e il non detto siciliano

A Zafferana Etnea, ieri, Arianna Meloni ha pronunciato in realtà due discorsi. Uno era rivolto all’Italia, ed era un discorso di conquista. L’altro era rivolto alla Sicilia, ed era un discorso di prudenza. Dal palco di «Etna Tricolore», la conferenza programmatica di Fratelli d’Italia, il capo della segreteria politica del partito ha rivendicato senza mezzi termini la stagione al governo: «Noi siamo la destra. Una destra libera, coraggiosa, che non tradisce». Una sintesi efficace, costruita su numeri che la platea ha applaudito con convinzione.

Il discorso all’Italia

I dati, in effetti, Arianna Meloni li ha snocciolati con sicurezza. «Il Sud è diventato la locomotiva d’Italia», ha scandito, rivendicando un export record che fa del Paese «la quarta nazione al mondo, superati Giappone e Corea del Sud». Poi il capitolo fiscale: «quasi 21 miliardi di euro che stanno rimanendo nelle tasche degli italiani» grazie al taglio del cuneo e dell’Irpef, e «oltre 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro in tre anni e mezzo». Non è mancata la stoccata all’avversario, con l’accusa al governo Conte di aver «buttato dalla finestra 200 miliardi per ristrutturare le ville e le case di qualche ricco». Fino alla rivendicazione europea, con quella «maggioranza Giorgia» di cui la dirigente di FdI si dice orgogliosa. È il racconto di un partito che si sente nel pieno della sua parabola ascendente, e che a Catania è venuto a piantare la propria bandiera.

Il discorso alla Sicilia

Ma è l’altro discorso, quello quasi sussurrato, a dire di più sul momento politico dell’Isola. Perché Arianna Meloni a Zafferana è arrivata mentre il centrodestra siciliano è attraversato da tensioni evidenti: lo scontro tra Lega e Mpa, il caso Serradifalco, i veleni sulla manovra, persino i sussurri sul voto anticipato. Di tutto questo, dal palco, non una parola diretta. Solo una frase, misurata al millimetro: «C’è un presidente eletto che sta lavorando. Adesso si lavora, quando si apriranno i tavoli parleremo dei tavoli». E un avvertimento neppure troppo velato a chi alimenta le manovre: «Ci sono i retroscenisti e tutti quelli che amano il gossip, ma a noi piace parlare dei contenuti».

Quel che la prudenza nasconde

Tradotto dal linguaggio della politica, è un richiamo all’ordine. Schifani non si tocca, le candidature non sono all’ordine del giorno, e chi gioca d’anticipo è invitato a smettere. Una linea legittima, persino saggia per un partito che guida la coalizione. Ma proprio quel silenzio sui nodi siciliani racconta la distanza tra il trionfalismo dei numeri nazionali e la fatica quotidiana del governo regionale. Si può rivendicare l’export che vola e il lavoro che riparte. Nelle aree interne il problema resta come si spendono davvero i fondi, come si tengono unite le piccole imprese, come si evita che la legalità diventi una bandiera da sventolare nei convegni e non una pratica di governo. La locomotiva, per non deragliare, ha bisogno anche di binari ben tenuti. E quelli, in Sicilia, restano il vero banco di prova. Al di là dei tavoli che, prima o poi, andranno aperti.

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L.P