
Enti locali, una riforma che si sfila pezzo dopo pezzo e una sola certezza: la parità in giunta non può più essere rinviata.
Ci sono giornate parlamentari che non raccontano soltanto l’esito di un voto, ma misurano lo stato di salute di un’intera legislatura. Il passaggio all’Ars sulla riforma degli enti locali rientra in questa categoria: non perché abbia prodotto un nuovo assetto organico, ma perché ha mostrato quanto sia fragile la capacità di tenere insieme maggioranza, agenda e un’idea coerente di governo.
Il punto non è che in Aula si sia discusso animatamente – accade ovunque – ma che l’impianto del disegno di legge sia stato progressivamente svuotato. Il voto segreto, strumento legittimo ma politicamente rivelatore, ha finito per trasformare la seduta in un test di resistenza interna: prima è caduta la norma sul consigliere comunale supplente, poi quella sul terzo mandato dei sindaci nei Comuni sotto i 15mila abitanti. Due pilastri che, nel bene o nel male, caratterizzavano la riforma e che erano attesi da amministratori e partiti da mesi.
Quando un provvedimento arriva in porto mutilato, il problema non è solo tecnico. È politico e istituzionale: significa che l’Assemblea non è riuscita a trasformare il conflitto in sintesi e che la coalizione che sostiene il governo non è riuscita a darsi una linea comune nemmeno su temi su cui dichiarava di voler intervenire.
Eppure, dentro un testo che perde forma, una norma resta in piedi e lo fa con un significato che va oltre la contabilità dei voti: la soglia del 40% di donne nelle giunte comunali, applicabile dal primo rinnovo degli esecutivi e dei consigli. È una scelta che avvicina la Sicilia a standard già consolidati nel resto del Paese e che manda un messaggio semplice: i luoghi decisionali non possono continuare a essere costruiti come se metà della società fosse un’eccezione.
Su questo punto, le dichiarazioni registrate nelle ore successive fotografano un consenso ampio. “Oggi è un giorno storico per la Sicilia. La vittoria di una battaglia che ho portato avanti con convinzione fin dal primo momento, perché credo in una politica capace di valorizzare tutte le competenze. Mi sento orgogliosa per avere spianato la strada a tutte quelle donne che vorranno fare politica e che avranno maggiori possibilità di accesso ai luoghi decisionali”, ha detto Marianna Caronia, deputato regionale di Noi Moderati. Parole che, al netto delle appartenenze, intercettano una domanda reale: rendere meno chiusi e meno prevedibili gli spazi del potere locale.
Ma proprio qui sta il paradosso: una norma giusta non basta a compensare la sensazione di un percorso riformatore che procede per strappi. Gli enti locali chiedono regole chiare, stabilità e strumenti per affrontare servizi, bilanci, personale, programmazione. Una riforma che si restringe fino a diventare una somma di residui lascia inevitabilmente aperta una domanda: chi si assume la responsabilità di ripartire, e con quale metodo?
L’editoriale non può sostituirsi al lavoro legislativo, ma può indicare una linea di buon senso: se la politica siciliana vuole essere credibile, deve decidere se le riforme sono davvero priorità o solo titoli da conferenza stampa. Perché ogni volta che un disegno di legge si sbriciola in Aula, non si indebolisce solo una maggioranza: si rafforza l’idea che i problemi dei Comuni possano aspettare, mentre i cittadini no.