
L’Assemblea Regionale Siciliana si trova di fronte a un bivio decisivo. La riforma degli Enti Locali, pilastro normativo che potrebbe ridisegnare gli equilibri del potere locale nell’Isola, vive ore di estrema tensione a causa di tre punti chiave che dividono Sala d’Ercole.
Il provvedimento poggia su tre pilastri: l’estensione al terzo mandato per i sindaci dei comuni fino a 15.000 abitanti, l’obbligo della soglia minima del 40% di presenza femminile nelle giunte e l’introduzione del consigliere supplente. Quest’ultima norma consentirebbe al primo dei non eletti di subentrare in aula al posto di un collega nominato assessore, garantendo il ritorno del seggio al titolare qualora l’incarico in giunta dovesse cessare.
Il fattore tempo è il vero arbitro della partita: il ddl deve essere approvato entro domani per poter essere applicato già nella tornata elettorale di primavera-estate 2026. Se dovesse arrivare una fumata nera, l’efficacia della norma slitterebbe al 2027, bloccando le speranze di ricandidatura di numerosi primi cittadini in scadenza. Mentre sul “supplente” pare esserci convergenza, il fronte del dissenso resta compatto su quote rosa e terzo mandato. In particolare, le 15 deputate dell’ARS hanno firmato un appello congiunto per chiedere il voto palese, costringendo i colleghi a una chiara assunzione di responsabilità sulla questione femminile.
Sullo sfondo delle tensioni sugli Enti Locali, emerge con forza anche il tema della riforma della dirigenza regionale. L’opposizione, con Nello Dipasquale (Pd), attacca duramente il testo governativo, accusando il centrodestra di voler mantenere un sistema di nomine discrezionali a discapito del merito. Secondo l’accusa, una riforma seria dovrebbe garantire figure apicali autonome e non “ostaggio” della politica, pur riconoscendo l’urgenza di sbloccare i concorsi per rimpinguare una burocrazia regionale ormai sguarnita.