
Non è solo una fuga di cervelli, è un’emorragia di civiltà che rischia di trasformare la Sicilia in un deserto generazionale. Secondo il principio dei vasi comunicanti, tanta acqua esce quanta aria entra, ma il Mezzogiorno è l’eccezione che conferma la regola: qui le competenze escono e non rientrano, lasciando un vuoto demografico e professionale che nessuna strategia recente è ancora riuscita a colmare.
Il rapporto “Un Paese, due emigrazioni”, presentato da Svimez e Save the Children, fotografa una realtà brutale: ogni anno circa 65mila giovani under 35 lasciano il Sud. Di questi, la stragrande maggioranza (43mila) si sposta verso il Centro-Nord, mentre 16mila scelgono l’estero. Il dato più allarmante riguarda la qualificazione: la quota di laureati tra i migranti meridionali è triplicata in vent’anni, passando dal 20% del 2002 al 60% del 2024. In termini economici, questo significa che la Sicilia e il Sud “regalano” al resto del Paese 6,8 miliardi di euro in costi di istruzione e formazione già sostenuti, senza riceverne i frutti produttivi.
L’Isola presenta dinamiche peculiari: sebbene riesca a trattenere circa il 68,1% dei propri laureati a tre anni dal titolo, il restante 32% prende la via del Nord o dell’estero. Un’emigrazione che spesso comincia ancora prima della laurea: Sicilia e Campania rappresentano il 50% dei giovani che si iscrivono direttamente in atenei settentrionali. A spingere i giovani oltre lo Stretto è un divario salariale inaccettabile: un laureato in Sicilia guadagna mediamente 1.549 euro, contro i 1.793 di un collega in Piemonte. Un gap che diventa voragine per le donne siciliane, le cui retribuzioni si fermano ad appena 1.480 euro.
Ma la vera novità riguarda la terza età. Accanto ai giovani, cresce il numero degli over 75 che abbandonano l’Isola. Sono i “nonni con la valigia”, quasi raddoppiati dal 2002 ad oggi. Le ragioni sono drammatiche: il ricongiungimento con figli ormai stabilmente al Nord e la necessità di cure sanitarie che il sistema meridionale non garantisce. Questa migrazione sanitaria costa alla Regione Siciliana circa 220 milioni di euro l’anno in rimborsi verso gli ospedali del Nord. È il simbolo del fallimento di una classe dirigente che non ha saputo proteggere i propri cittadini nel momento della fragilità.
Se oggi assistiamo a questo smantellamento, le responsabilità risiedono in una politica del passato che ha preferito l’assistenzialismo e le logiche clientelari allo sviluppo strutturale. Per decenni si è investito nella spesa corrente invece che nei poli tecnologici, lasciando il territorio con infrastrutture da inizio Novecento e scoraggiando il merito in favore del “favore”.
Oggi la ZES Unica del Mezzogiorno rappresenta l’unico argine possibile. Attraverso crediti d’imposta per investimenti, decontribuzioni per l’assunzione di under 35 e la semplificazione dell’Autorizzazione Unica, si prova a rendere la Sicilia competitiva. L’obiettivo è favorire le professioni STEM e STEP, le uniche capaci di generare sviluppo reale e trattenere i talenti. Ma non basta la tecnica: serve un cambio di paradigma morale. Bisogna smettere di finanziare il Nord con i nostri cervelli e i nostri malati. La Sicilia deve tornare a essere un “punto di arrivo” e non solo una stazione di partenza per una migrazione senza ritorno.