
ponte sullo stretto (strettodimessina) - cataniaoggi
La vera partita siciliana è tenere insieme infrastrutture fisiche e digitali, facendo di Catania e della Sicilia un centro strategico nel Mediterraneo.
L’editoriale di oggi nasce dall’intervista che Mario Barresi firma su La Sicilia e da un titolo che, da solo, contiene una visione: «Sicilia, non solo Ponte può candidarsi a essere un hub dei data center». Ed è forse proprio da qui che la politica dovrebbe ripartire, in questo giorno di Pasqua: da una riflessione meno ideologica e più aderente alla coscienza dei bisogni reali della nostra terra.
Per troppi anni il destino della Sicilia è stato compresso dentro una sola domanda: siete favorevoli o contrari al Ponte? Ma oggi questa alternativa non basta più. Perché il futuro dell’Isola non può essere ridotto a una grande opera, per quanto simbolica, discussa e potenzialmente decisiva. Il punto vero è se il Ponte entrerà in una strategia larga di sviluppo o se resterà una bandiera da agitare nelle stagioni della propaganda.
La novità è che, accanto al Ponte, emerge con forza un’altra idea di centralità siciliana. Non solo collegamento fisico fra due sponde, ma piattaforma di connessioni materiali e immateriali. Non solo trasporti e porti, ma anche dati, sicurezza, innovazione, lavoro qualificato. Nell’intervista, Alessio Butti lo chiarisce con una frase che pesa: «Sarebbe un errore pensare che il Paese debba scegliere tra infrastrutture fisiche e infrastrutture digitali: servono entrambe».
È questo il passaggio decisivo. Perché oggi i ponti più importanti, in parte, corrono anche sott’acqua. I cavi sottomarini trasportano dati, relazioni economiche, potere strategico. E la Sicilia, nel cuore del Mediterraneo, non è periferia ma snodo. Non a caso Butti richiama il rafforzamento delle rotte nel Mediterraneo e parla esplicitamente del “nodo operativo di Catania”. Catania, dunque, non come margine del Paese, ma come punto d’accesso a una nuova geografia tecnologica.
Da qui discende una visione che riguarda l’intera Isola. Se la Sicilia saprà tenere insieme porti, logistica, connessioni digitali, data center, pubblica amministrazione moderna e università capaci di trattenere competenze, allora potrà davvero candidarsi a essere hub euromediterraneo. Non un Sud che chiede assistenza, ma un Sud che offre centralità. Non una terra da compatire, ma una terra da attrezzare.
Naturalmente c’è un nodo che non può essere rimosso. Ogni stagione di investimenti e ogni grande cantiere nel Mezzogiorno espongono il territorio anche al rischio delle infiltrazioni criminali. La mafia prospera dove c’è bisogno, dove il lavoro manca, dove la debolezza sociale diventa occasione di controllo. Non a caso Matteo Salvini, nelle scorse settimane, ha definito il Ponte «la più grande operazione contro la mafia» e ha rilanciato la necessità di controlli rigorosi e continui sui cantieri. Ed è proprio questo il punto: perché lo sviluppo sia vero, legalità e crescita devono camminare insieme. Non dopo, non a parole, non nei convegni: prima, durante e dopo ogni cantiere.
Ecco allora il punto politico e morale, oggi che è Pasqua. La Sicilia non ha bisogno di tifoserie. Ha bisogno di una classe dirigente che smetta di ragionare per contrapposizioni sterili e cominci a tenere insieme le cose che servono davvero: il Ponte, se utile e ben governato; i porti, decisivi per la logistica; Catania e i cavi sottomarini; i data center; il lavoro di qualità; il futuro dei giovani.
L’augurio pasquale, quest’anno, potrebbe essere proprio questo: meno ideologia e più coscienza. Perché la nostra terra non chiede frasi a effetto. Chiede visione.