Agricoltura siciliana, Mastrandrea: «Serve una strategia, non bastano i fondi»

Il Festival del Giornalismo Enogastronomico dei Nebrodi non è solo un palco.

È un’occasione per far emergere le storie di successo di un territorio che spesso si racconta solo attraverso le sue crisi. Una di queste storie porta il nome di Francesco Mastrandrea, imprenditore alla guida dell’azienda Alesa, che al festival ha portato una visione netta e senza giri di parole.

Il nodo della strategia

Per lui il problema dell’agricoltura siciliana non sono i soldi né le strutture, ma la strategia. «Non è un problema di fondi o di struttura, ma è un problema di strategia» – spiega.

Pensare in grande per far crescere le imprese

Il ragionamento parte da un dato di realtà. In agricoltura, dice, l’azienda piccola e decapitalizzata non funziona più. Serve una strategia di crescita, una visione di mercato, una struttura finanziaria solida. E serve soprattutto cambiare mentalità. «Bisogna pensare in grande, in chiave industriale, come se tu facessi un’azienda a Milano o in Emilia Romagna» – afferma Mastrandrea.

La sfida dell’avocado

La sua azienda coltiva avocado, un prodotto che sta trovando spazio sui mercati ma che non si può piantare ovunque. «L’avocado ha una difficoltà agronomica, possiamo coltivare solo nei luoghi vicini al mare, dove non gela» – precisa. Per questo le aziende del gruppo si trovano anche a 400 chilometri di distanza l’una dall’altra. Non una scelta casuale, ma una necessità legata al clima.

La Sicilia che attira investimenti

C’è un passaggio che colpisce. L’idea che la Sicilia, sul fronte frutticolo, non sia indietro rispetto al resto d’Italia. «Agronomicamente noi oggi siamo i migliori» – sostiene. Un potenziale che attira capitali da fuori. Nella sua azienda gli investitori arrivano da Brianza, Milano, Veneto, qualcuno dalla Svizzera. Segno di un interesse concreto verso l’agricoltura siciliana, a patto che venga gestita in modo strutturato.

I fondi pubblici non possono essere il motore della crescita

Sui fondi pubblici Mastrandrea ha una posizione netta. Non li demonizza, ma non li mette al centro. «I fondi pubblici non sono il male, ma non devono essere il driver di crescita di un’azienda» – dice. Un’impresa che vive solo di contributi è un’impresa fragile. I fondi vanno trattati come ossigeno in più per nuovi investimenti, non come la ragione stessa dell’esistere. E accanto a quelli pubblici, ricorda, c’è tutto il capitale privato ancora da intercettare.

Il coraggio di cambiare colture

La ricetta passa anche dal coraggio di cambiare. Quando una coltura non regge più il mercato, va sostituita. «Se sappiamo che il limone non va più, dobbiamo fare come la Spagna, tagliamo il limone e facciamo un’altra cosa» – spiega. Un messaggio diretto alle tante zone della Sicilia che vivono la crisi degli agrumeti e degli uliveti. L’avocado, il mango o altre colture adatte alle fasce costiere possono diventare una nicchia da sviluppare dal Palermitano al Siracusano, dalla zona ionica a quella tirrenica. «Le crisi sono fatte per risolverle» – taglia corto.

Un’agricoltura capace di cambiare pelle

C’è spazio anche per il ricordo di chi ha lavorato la terra prima. «I nonni hanno fatto tante cose buone, ora noi dobbiamo farne di diverse» – dice, senza nostalgia ma con il rispetto di chi sa da dove viene. Un’agricoltura che cambia pelle, che guarda ai consumi reali delle persone invece di restare ancorata a colture che il mercato non premia più.

Ai giovani: fare impresa in Sicilia

In chiusura, un messaggio ai giovani che lasciano l’isola. Mastrandrea non nasconde le difficoltà, ma invita a ribaltare la prospettiva. «L’azienda si fa per il proprio utile personale, lo sviluppo del territorio viene dopo» – dice senza ipocrisie. Se poi quell’impresa crea posti di lavoro e permette di vivere davanti al mare, è tutto guadagnato. Un modo diverso di raccontare la Sicilia agricola.

Non la terra da cui scappare, ma un luogo dove fare impresa con le stesse ambizioni che si avrebbero al nord.

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Redazione