
Massimiliano Giammusso
Il vulcano più alto d’Europa, un sito che ogni anno attira migliaia di visitatori e che da tredici anni è patrimonio Unesco, è gestito da un ente che di fatto non ha personale, non ha risorse e resta paralizzato da lentezze burocratiche e conflitti di competenze. A fotografare la situazione del Parco dell’Etna è lo stesso presidente, Massimiliano Giammusso, che non nasconde le criticità di una struttura costretta a operare con mezzi del tutto insufficienti.
Basti pensare che il Parco può contare su un bilancio di appena 200 mila euro, una somma irrisoria, sufficiente quasi soltanto a pagare gli stipendi dei 20 dipendenti in servizio, a fronte di un organico previsto di 60 unità. In arrivo c’è un piccolo rinforzo, con nuove assunzioni, ma si tratta di una toppa che rischia di non bastare. Lo dimostra il caso del rinvio a settembre dell’Etna Marathon, storica gara di mountain bike, slittata perché la pratica è rimasta bloccata negli ingranaggi burocratici.
Da più parti politiche arriva la richiesta di trasformare il Parco in un ente nazionale. Una soluzione che il presidente condivide sul piano delle risorse: «Se andiamo a guardare i bilanci e le piante organiche dei parchi nazionali sicuramente sono certamente meglio attrezzati di noi». Ma Giammusso invita alla prudenza: «Non dobbiamo però dimenticare che il parco interviene su materie di competenza normativa che sono regionali».
Tra le ipotesi sul tavolo ci sono convenzioni e collaborazioni pubblico-private. «Io credo si possa fare un ragionamento anche di apertura al privato, che non va demonizzato quando investe, ma che comunque va sempre controllato e regolato e sottoposto all’interesse pubblico che deve essere comunque prevalente», spiega il presidente.
Si ragiona anche sull’introduzione di un biglietto d’ingresso al parco. «In questo momento non è immediatamente di facile applicazione perché ha bisogno, a mio avviso, di una copertura normativa, perché il regolamento del parco lo prevede», osserva Giammusso. Una misura che potrebbe contribuire anche a contrastare il fenomeno delle microdiscariche che deturpano la bellezza dell’ambiente etneo.
Sul punto il presidente è netto: non basta la repressione, serve una grande opera di carattere culturale. «Purtroppo sono nostri concittadini etnei maleducati, per non dire delinquenti, che inquinano più che i turisti», sottolinea, indicando nella mancanza di educazione ambientale, prima ancora che nei visitatori, la vera origine del degrado.