
Napoli, 8 maggio 2026. Papa Leone XIV sceglie il primo anniversario del suo pontificato per scendere in strada, tra la gente. Prima il santuario di Pompei, per la Supplica alla Madonna del Rosario. Poi il cuore della città, piazza del Plebiscito, dove una folla enorme lo aspetta da ore. È lì che il Pontefice pronuncia le parole più dure: contro la camorra, contro le guerre, contro uno Stato che lascia spazio vuoto dove la malavita avanza. E alla fine, in un momento che nessuno si aspettava, si lascia andare: «Viva Napoli». La piazza esplode. È stato, per chi c’era, qualcosa di difficile da dimenticare.
Papa Leone XIV è arrivato a Napoli con il sole già alto e se n’è andato con la città in festa. In mezzo, una giornata densa, emotiva, a tratti commovente. E una denuncia che non lascia spazio a interpretazioni: la malavita organizzata è un cancro che lo Stato deve combattere senza tentennamenti.
È stato il primo anniversario del suo pontificato. Un anno esatto dall’elezione. E il Papa ha scelto di celebrarlo non chiuso in Vaticano, ma in strada. Prima a Pompei, poi nel cuore di Napoli, in piazza del Plebiscito, dove la folla lo aspettava da ore.
Quando ha detto «Viva Napoli» – quasi gridato, con una spontaneità che ha sorpreso anche chi stava vicino a lui – il silenzio è diventato un boato. Non era un gesto calcolato. Era la reazione di un uomo che si era lasciato prendere dall’emozione della giornata.
La giornata era iniziata all’alba, nel santuario della Madonna del Rosario di Pompei. L’8 maggio è il giorno della Supplica, una preghiera collettiva che ogni anno raduna fedeli da ogni parte del mondo. La tradizione risale alla fine dell’Ottocento, quando Bartolo Longo – avvocato napoletano convertito, poi beatificato – decise di diffondere il Rosario tra i contadini della Valle di Pompei. Era il 1883.
Il Papa ha ripreso quella supplica e l’ha aggiornata ai tempi. Due le intenzioni urgenti: la famiglia e la pace.
«Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso». E poi la frase che ha fatto il giro delle agenzie: «Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono».
Nel pomeriggio, il trasferimento in città. Il Papa ha ricevuto in dono una pizza. Ha baciato l’ampolla con il sangue di San Gennaro, conservata nella Cattedrale dal XIV secolo. Ma il momento centrale è arrivato in piazza del Plebiscito. Una piazza che ha una storia lunga: fu ridisegnata nell’Ottocento durante il decennio francese, quando Gioacchino Murat governava il regno di Napoli per conto di Napoleone.
L’arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, lo aveva detto prima ancora che il Papa parlasse: Napoli di camorra muore ancora. Leone ha descritto la città con una formula precisa: «un drammatico paradosso». Da un lato la crescita del turismo. Dall’altro, questa crescita non si traduce in benessere diffuso. «La città rimane ancora segnata da un divario sociale che non separa più il centro dalle periferie, ma è addirittura marcato all’interno di ogni area, con periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico».
Il Papa ha elencato i problemi senza girare intorno: disparità di reddito, scarse prospettive di lavoro, carenza di strutture, criminalità organizzata, disoccupazione, dispersione scolastica. Poi la richiesta allo Stato: «La presenza e l’azione dello Stato è più che mai necessaria, per dare sicurezza e fiducia ai cittadini e togliere spazio alla malavita organizzata».
«La pace parte dal cuore dell’uomo, attraversa le relazioni, si radica nei quartieri e nelle periferie, e si allarga fino ad abbracciare la città intera e il globo». Napoli ha aperto le porte anche ai profughi provenienti da Gaza. Nei giorni precedenti, il cardinale Parolin aveva affermato che il termine «remigrazione» «non ha nulla a che fare con i cristiani». «Sappiamo che non esiste pace senza giustizia», ha concluso il Pontefice davanti a una piazza che ascoltava in silenzio.