
Bastano due frasi, buttate lì in una telefonata pomeridiana, per capire come il presidente degli Stati Uniti veda davvero l’Italia. Le ha pronunciate ieri Donald Trump, ospite di L’Aria che tira su La7, parlando della premier Giorgia Meloni: «Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena».
Non un’opinione sui dossier, non una divergenza sull’Ucraina o sull’energia. È il tono di chi concede udienza a un postulante. E il postulante, nel racconto del presidente americano, è il capo del governo italiano.
Trump ha aggiunto di non essere stato «obbligato» a parlare con Meloni e che lei era «probabilmente contenta» che lui le avesse rivolto la parola. È il lessico del padrone, non quello di chi tratta tra pari. Il G7 di Évian, che doveva sancire il «disgelo» dopo settimane di tensioni, viene riscritto a posteriori come un atto di magnanimità: l’alleato non è un partner, ma un questuante a cui si fa la carità di uno scatto fotografico.
Poco importa, allora, se quel racconto sia vero, gonfiato o inventato di sana pianta. Conta che Trump abbia scelto di renderlo pubblico, perché ciò che vuole far passare è inequivocabile: l’Italia, agli occhi della Casa Bianca, è materia da esibire e da sminuire a piacimento.
Palazzo Chigi ha reagito respingendo le parole come «inventate», con la premier che si è detta «allibita» e ha rivendicato un principio che suona quasi come una difesa d’onore: «Io e l’Italia non imploriamo mai». Sul piano dei fatti, la conseguenza più pesante è arrivata dalla Farnesina: il ministro Antonio Tajani avrebbe annullato la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno. Un gesto che, nel linguaggio felpato della diplomazia, equivale a uno schiaffo restituito.
Ed è qui che si misura la fragilità di una linea di politica estera costruita sulla sintonia personale con Trump. Per mesi la maggioranza ha venduto il «rapporto privilegiato» con Washington come asset strategico dell’Italia. Quel capitale, ieri, è stato bruciato in una telefonata pomeridiana, con la disinvoltura di chi sa di poterselo permettere.
E qui va detta una cosa che a molti, in Italia e fuori, non va giù. Per la prima volta a Palazzo Chigi siede una leader legittimata dal voto popolare, che ha costruito la sua carriera passo dopo passo, senza scorciatoie e senza corsie preferenziali. La storia di Giorgia Meloni è nota: una donna cresciuta in una famiglia umile, alla Garbatella, non nei salotti buoni ma in mezzo alla gente. Si può essere agli antipodi delle sue idee, e chi scrive lo è su molti dossier, e riconoscere comunque che la sua ascesa è una storia di tenacia, non di rendita.
È proprio questo che rende la battuta di Trump così rivelatrice. Il suo «mi ha fatto pena» non è il giudizio di un alleato su un altro alleato, ma la spocchia di chi è nato dalla parte giusta del tavolo verso chi a quel tavolo ci è arrivato faticando. Un miliardario che ha ereditato un impero immobiliare guarda dall’alto in basso una donna che il potere se l’è conquistato dal basso. Difenderla, qui, non vuol dire sposarne il governo: vuol dire difendere il principio che in democrazia si possa arrivare in cima senza appartenere alla casta giusta.
Per capire quanto si sia abbassata l’asticella, basta tornare in Sicilia, sulla pista della base di Sigonella, nell’ottobre del 1985. Dopo il dirottamento dell’Achille Lauro, i caccia americani costrinsero ad atterrare un aereo egiziano che trasportava i dirottatori e il leader dell’Olp Abu Abbas. Gli Stati Uniti di Ronald Reagan pretendevano di prelevarli con i loro uomini della Delta Force. Bettino Craxi disse no. I carabinieri e i militari della Vam circondarono i marines, in una notte in cui due alleati della Nato rischiarono lo scontro a fuoco sul suolo italiano.
Si può discutere all’infinito di quella scelta, del merito e dei retroscena. Ma su un punto la storia non lascia dubbi: quella notte un presidente del Consiglio italiano oppose alla superpotenza amica il principio della sovranità nazionale, e tenne il punto. L’Italia non implorava: rivendicava. C’è una distanza enorme tra l’Italia che mise in fila i marines a Sigonella e quella che oggi viene raccontata come una premier in cerca di un selfie «per pena».
E se non fosse istinto, ma calcolo? Sarebbe un errore liquidare quella battuta come l’uscita impulsiva di un uomo sopra le righe. Trump è prima di tutto un prodotto della comunicazione, un personaggio costruito per lo schermo prima ancora che per la politica: in tempi non sospetti lo avevano intuito perfino i Simpson, che nel 2000 immaginarono un suo arrivo alla Casa Bianca con vent’anni di anticipo. Per uno così, una frase come «mi ha fatto pena» non è una svista, ma una mossa: serve a occupare la scena, a dettare il racconto, a ricordare chi comanda nella conversazione. E questo non lo assolve, semmai lo aggrava: se l’umiliazione è una tecnica e non un incidente, vuol dire che l’Italia è stata scelta a freddo come bersaglio.
Ma sarebbe un errore anche leggere la vicenda con gli occhiali del derby politico interno. Che Meloni meriti o no quella foto è del tutto secondario: il punto è che un alleato non si tratta così, e che nessun leader italiano, di destra o di sinistra, dovrebbe essere esposto al ludibrio di una potenza amica. Quando viene umiliato chi rappresenta il Paese, l’umiliazione ricade su tutti i cittadini.
La vera domanda, allora, non riguarda Giorgia Meloni. Riguarda l’Italia e l’Europa: fino a quando l’autorevolezza di una nazione potrà dipendere dall’umore di un uomo che misura le alleanze in fotografie concesse per «pena»? A Sigonella, quarant’anni fa, una risposta l’avevamo trovata. Sarebbe il caso di ricordarsi come si fa.