Primo Maggio 2026: tra il piano occupazione del Governo e la piazza unita dei sindacati

Il 1° maggio 2026 non è stata la solita festa rituale. Giorgia Meloni ha scelto Monza e il ristorante PizzAut, dove 41 ragazzi nello spettro autistico non chiedono assistenzialismo ma lavorano sodo: pizza, forno, cassa, stipendi veri. La premier si è messa il grembiule rosso – quello con «Nutriamo l’inclusione. Vietato calpestare i sogni» – ha mangiato la loro «Pizza Italia» (pomodoro, burrata pugliese, rucola per il tricolore) e ha firmato due promozioni con aumento di stipendio. Nico Acampora, che ha fondato il progetto nel 2017 e aperto il primo locale nel 2021, era commosso: «Averla qui oggi dice al Paese che escludere i fragili dal lavoro è un errore madornale».

Poco lontano, a Marghera, 100mila persone hanno riempito la piazza. Cgil, Cisl e Uil unite – fatto raro dopo anni di divisioni –  con Elly Schlein in prima fila. Slogan: «lavoro dignitoso, stabile, ben pagato». Maurizio Landini ha attaccato duro il decreto lavoro del governo: «I 960 milioni già c’erano e vanno alle imprese, zero euro in tasca ai lavoratori. Non combatte la precarietà né ferma i giovani che scappano. Propaganda pura».

Meloni, al mattino, aveva postato su X i suoi numeri: +1,2 milioni di occupati in più rispetto al 2022, 550mila precari in meno, record storico di donne che lavorano. Taglio del cuneo fiscale, incentivi all’occupazione, più sicurezza nei cantieri, stretta sul caporalato digitale. E il decreto? «Il salario giusto significa risorse pubbliche solo a chi paga bene e rispetta i contratti collettivi. Basta soldi ai pirati che sfruttano».

Cosa resta di questa giornata? Due immagini che non si parlano. Da una parte Meloni che scende tra lavoratori “invisibili”, humanizzando la politica con un gesto semplice ma potente. Dall’altra i sindacati che tornano uniti in piazza, ma con un copione prevedibile: più diritti, più Stato, critiche al governo.

Intanto la precarietà giovanile e il lavoro nero – 20% al Sud – restano drammi reali che nessuno risolve con un comizio. Il decreto lavoro prova a filtrare gli incentivi (quei 960 milioni già stanziati che ora vanno solo alle imprese regolari), premiando chi gioca pulito. I sindacati vogliono soldi diretti nelle buste paga. Hanno ragione entrambi su qualcosa, sbagliano a non incontrarsi.

In Sicilia questa distanza pesa di più. Qui le famiglie vivono di lavoretti saltuari, i ragazzi partono, le imprese chiudono per tasse e burocrazia. Meloni porta dati nazionali, i sindacati piazze vuote al Sud. Il Primo Maggio poteva essere occasione per un dialogo vero, invece è rimasta l’ennesima passerella.

La prossima mossa? I rinnovi contrattuali e i dati Istat di fine 2026. Lì si vedrà se il “salario giusto” decolla o resta slogan. Intanto, quei ragazzi di PizzAut lavorano e basta. E forse sono loro i veri maestri del 1° maggio.

Share
Published by
Alfio Musarra