Leone XIV ad Acerra: primo Papa nella Terra dei fuochi. «Venuto a raccogliere le lacrime di chi ha perso i figli»

Due settimane fa era a Napoli e Pompei. Oggi Leone XIV è tornato in Campania. Solo per Acerra. Per la Terra dei fuochi. Per le famiglie che aspettavano da anni un Papa che mantenesse una promessa. Era stato Francesco a prometterlo. La pandemia lo impedì. A portarlo a compimento è il Pontefice americano, nell’undicesimo anniversario della Laudato si’.

Non è stata una giornata qualunque quella di ieri. Mentre il Papa è ad Acerra, in Sicilia si ricorda Giovanni Falcone, assassinato dalla mafia trentaquattro anni fa a Capaci. Due anniversari che sembrano lontani. Non lo sono. La stessa logica criminale che ha ordinato di far saltare in aria un giudice ha scelto, in quegli stessi anni, di seppellire i veleni industriali del Nord sotto i campi della Campania. La camorra non uccide solo con le pallottole. Uccide con i tumori che arrivano anni dopo. Si uccide anche con la droga: oggi l’emergenza del crack e delle nuove sostanze a tre, cinque euro a dose sta distruggendo intere generazioni di ragazzi. La stessa indifferenza alla vita umana. La droga non si vende senza il permesso di chi controlla il territorio. Albanesi, nigeriani, cinesi, nordafricani sono parte di un sistema che le mafie italiane governano. Nessuno entra senza pagare il pedaggio. Nessuno esce senza che qualcuno abbia guadagnato. Cambia il volto di chi spaccia in strada. Non cambia chi comanda.

Le lacrime che aspettavano un Papa

Nella cattedrale di Acerra Leone ha incontrato una trentina di famiglie che hanno perso un figlio o un parente a causa dei rifiuti industriali sversati per decenni dalla camorra. L’attenzione del Papa era per loro. «Sono venuto anzitutto a raccogliere le lacrime di chi ha perso persone care, uccise dall’inquinamento ambientale procurato da persone e organizzazioni senza scrupoli, che per troppo tempo hanno potuto agire impunemente.» C’era anche un piccolo gruppo da Taranto, un altro dramma ambientale che l’Italia porta con sé da decenni.

La diagnosi: interessi oscuri e indifferenza

Mite nei toni, Leone è stato duro nella diagnosi. Ha parlato di «un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale». Ha ammonito: «Lasciate morire il risentimento, praticate per primi la giustizia che chiedete.» E ancora: «Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la colpa sugli altri sono il terreno di coltura dell’illegalità.» Perché mafia e camorra nascono da un terreno culturale che ne favorisce lo sviluppo. La cultura è il campo: se il terreno resta fertile, la mala pianta ricresce sempre, non solo in Campania, ma in qualsiasi parte del Paese.

Il silenzio colpevole

Le parole del vescovo Antonio di Donna sono tra le più toccanti della giornata. Non si limita a ringraziare il Papa per la visita. Dice una cosa che brucia: lo sversamento di rifiuti continua. Non è finito. Non è storia. Accade adesso, in Campania e in Puglia, mentre parliamo. Lo dimostra un fatto preciso: solo il giorno prima della visita del Papa, una nuova operazione delle forze dell’ordine ha portato alla luce l’ennesimo caso di sversamento di rifiuti tossici nelle terre del Casertano. Non serviva altro per capire che non si sta parlando di passato. E il vescovo lo dice con una formula che non lascia scampo: «il silenzio colpevole di tanti». Non dice chi. Non serve. Quel silenzio appartiene a chi sapeva e non ha parlato, a chi vedeva i camion arrivare di notte e ha girato la testa dall’altra parte, a chi aveva il potere di fermare e ha scelto di non farlo. Un silenzio che ha ucciso. E che non è ancora finito. Poi Di Donna si rivolge direttamente a chi continua. Non alle istituzioni. A loro. «L’inquinamento ha provocato tante vittime. E a chi ancora continua ad avvelenare la nostra Terra, diciamo: convertitevi, cambiate strada, perché il vostro non è solo un reato ma un peccato.»  È la Chiesa che parla. Con la voce di chi da anni prova a tenere viva una coscienza civile in una terra che qualcuno ha deciso di trattare come una discarica.

Una Chiesa che ha osato

Leone ha reso omaggio agli ambientalisti «pionieri» e alla Chiesa locale, che «a differenza di quanto fatto in passato da altre istituzioni, ha saputo osare la denuncia e la profezia». Il vescovo Di Donna ha sottolineato come la Laudato si’ sia «più citata che conosciuta, anche in ambiente ecclesiale». Un’enciclica tirata fuori nei convegni e dimenticata nei comportamenti quotidiani.  Il vescovo Di Donna ha concluso con una speranza e un timore: «Ha acceso i riflettori su questa terra. Speriamo che ora non si spengano.»

La differenza vera, alla fine, la fanno le persone. Quelle che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Quelle che denunciano invece di tacere, che votano con coscienza e non per appartenenza, che cercano la verità anche quando è scomoda. Falcone ripeteva che la mafia è un fenomeno umano e, come tutti i fenomeni umani, ha un inizio e avrà una fine. Ma quella fine non arriverà da sola. Arriverà quando una comunità smetterà di considerare normale ciò che normale non è: il malaffare, l’inquinamento, la corruzione, il silenzio. Ad Acerra, Leone XIV non ha portato soltanto una parola di consolazione. Ha ricordato che la giustizia non è un’attesa passiva, ma una responsabilità collettiva. E che la speranza, per diventare realtà, ha bisogno del coraggio di ciascuno.

Share
Published by
Alfio Musarra