
Maurizio de Lucia, procuratore di Palermo, si è seduto davanti alla Commissione Antimafia e ha detto una cosa che vale più di molte relazioni. Matteo Messina Denaro «è un soggetto successivo alla generazione di Riina e Provenzano, ha avuto un approccio molto evoluto. La sua attenzione è andata all’accumulazione di capitali». Basta questa frase per misurare il salto. Cosa Nostra non spara più, o spara meno. Investe.
Muove capitali attraverso sette Stati. Occulta patrimoni per centinaia di milioni di euro. I 200 milioni individuati due mesi fa in un’unica indagine internazionale non sono un numero qualsiasi. Sono la misura di quanto la mafia abbia imparato a proteggersi non più con le armi, ma con i conti correnti, le società di comodo, le giurisdizioni compiacenti. E la parte più difficile, ha ammesso De Lucia, non è più trovare quei soldi. È riportarli in Italia. Un lavoro lento, giudiziario, diplomatico. Niente lupare, finanza d’alta quota.
Poi il procuratore ha raccontato l’altra faccia, quella vecchia e arcaica, e proprio per questo dura da sradicare. Le carceri. Non episodi isolati, ma un sistema. Boss che entrano in cella e «nel giro di poche ore» hanno uno smartphone in mano. Ne hanno trovati 297 solo a Palermo tra il 2025 e la metà del 2026. Duecentonovantasette telefoni oltre le mura di un carcere. I jammer sono stati sperimentati in dieci istituti, ma nelle carceri urbane non funzionano, perché schermare le comunicazioni significherebbe isolare interi quartieri.
E così il carcere, che dovrebbe recidere il filo tra il boss e la strada, si trasforma in una centrale operativa. De Lucia lo dice senza ambiguità. Se i capi continuano «a fare dentro quello che facevano fuori», ordinare, gestire, decidere, allora arrestarli serve a poco. Lo Stato cattura il boss. Il boss continua a comandare con un telefono in tasca.
C’è un terzo fronte, forse il più insidioso, perché riguarda quello che sta arrivando. Le armi. Kalashnikov e ordigni ad alto potenziale che entrano dal Salento, di fabbricazione balcanica, residui della guerra nella ex Jugoslavia. Un mercato nero che in trent’anni non si è mai chiuso. Ma adesso c’è una novità che gela. Gli armamenti generati dal conflitto russo-ucraino, i droni lanciamine. Roba che fino a ieri stava su un campo di battaglia e domani potrebbe finire in un garage di Palermo o Catania. De Lucia non ci gira intorno. «Non siamo in questo momento preparati a difenderci» da questo tipo di armamenti. Cosa Nostra legge i cambiamenti del mondo e li trasforma in affari. Lo ha sempre fatto. Lo sta facendo adesso.
Prima ancora che De Lucia parlasse, in Commissione si era consumato un episodio che dice molto sul clima. Il deputato Pd Peppe Provenzano aveva chiesto alla presidente Chiara Colosimo di esprimere solidarietà al procuratore per l’attacco del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che lo aveva accusato di aver «perso il controllo di sé stesso» dopo le denunce sulle carceri. Colosimo ha rinviato. Ma il punto resta. Un procuratore della Repubblica segnala che nelle celle italiane i boss continuano a comandare, e la risposta che riceve è una polemica politica.
De Lucia ha chiarito con calma di non aver mai attaccato la polizia penitenziaria. Ha riconosciuto «il sacrificio» e «i rischi» di chi lavora ogni giorno dentro quelle mura. Ha separato con precisione la denuncia di un sistema che non funziona dalla critica a chi ci lavora dentro. Sono due cose diverse. Chi le confonde, lo fa per scelta.
Cosa Nostra si muove su due binari che sembrano opposti e invece viaggiano insieme. Da una parte la finanza internazionale, i conti in sette Paesi, i patrimoni nascosti. Dall’altra gli smartphone in cella, i kalashnikov dal Salento, i droni dal fronte ucraino. Vecchio e nuovo. Lupara e offshore. È questa doppia natura a renderla ancora pericolosa.
Lo Stato non può scegliere quale fronte presidiare. Deve presidiarli tutti. Non serve a niente recuperare 200 milioni in giro per il mondo se poi un boss, dal carcere di Palermo, continua a dare ordini con un telefono che nessuno riesce a sequestrargli. E non serve a niente arrestare qualcuno se chi denuncia i buchi del sistema viene trattato come un nemico politico, invece che come uno che sta solo provando a fare il suo lavoro.