
Quindici minuti. Una volta che sapevano dove andare, ci volevano solo quindici minuti per raggiungere il corridoio in cui erano morti. Ma la prima volta, senza sapere, ci avevano messo cinquanta. Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist sono i tre speleo-sub finlandesi, che hanno recuperato i corpi dei sub italiani morti nelle grotte sottomarine delle Maldive. Sono andati, hanno fatto il lavoro, e sono tornati a casa. Senza chiedere nulla in cambio. Tutto il racconto, in un intervista riportata dal quotidiano La Repubblica.
Gli italiani non avevano l’attrezzatura adeguata per quel tipo di immersione. Non stavano usando equipaggiamento da speleologia subacquea. Non avevano il filo di Arianna, quella corda di sicurezza che serve a non perdere l’orientamento nel buio di una grotta. Dan Europe, che ha coordinato le operazioni, ha diffuso il report finale: i sub italiani «potrebbero non essere riusciti a ritrovare la via verso l’uscita» anche per colpa del fondo sabbioso che se sollevato azzera la visibilità. Paakkarinen è diretto sulla causa: «Di solito, nella maggior parte degli incidenti in grotta, la causa principale è sempre un errore umano. E sì, purtroppo potrebbe essere questo il caso.» Non c’erano correnti. Non c’erano forze esterne. Erano entrati volontariamente. Con un’attrezzatura che non era quella giusta per quel posto.
Il filo di Arianna è una corda che i sub da grotta srotolano mentre avanzano nell’ambiente buio. Serve a trovare la strada del ritorno. In superficie è ovvio dove si sale. In una grotta sottomarina, quando la visibilità si azzera e il disorientamento prende il sopravvento, senza quel filo non si sa più da che parte andare. Paakkarinen lo dice senza mezze misure: «Sia io che Patrik e Jenni siamo istruttori di speleologia subacquea e non ci avventureremmo mai in un ambiente del genere senza questo tipo di fune di sicurezza.» Non è un optional. È la differenza tra uscire vivi e non uscire.
L’attrezzatura con cui sono stati trovati i sub italiani «non era ottimale». Non erano equipaggiati per la speleologia subacquea. Le immersioni in grotta richiedono formazione specifica, attrezzatura ridondante, pianificazione millimetrica, il filo di Arianna, e un’esperienza che si costruisce negli anni. «Combinando quella profondità con l’ambiente della grotta», dice Paakkarinen, «il tempo che avrebbero avuto a disposizione per tornare sani e salvi era molto limitato.» Già con tutto giusto, il margine è stretto. Con l’attrezzatura sbagliata, quasi non esiste.
Paakkarinen, Westerlund e Grönqvist sono andati alle Maldive senza chiedere nulla in cambio. Tre professionisti con vent’anni di esperienza che hanno messo a disposizione le loro competenze per restituire alle famiglie italiane i loro cari. Quando parla di come si è sentito, Paakkarinen non usa parole eroiche. Usa parole umane. «Riuscire a recuperare quei corpi ci ha reso orgogliosi ma ovviamente è stata una tragedia enorme e il nostro pensiero va sempre alle famiglie delle vittime. Diamo loro pace.»
«Le immersioni sono uno sport bello e sicuro se praticato secondo le modalità insegnate nei corsi e se si rispettano i limiti.» Rispettare i limiti. È una frase banale finché non diventa necessaria. Le grotte sottomarine sono ambienti straordinari. Sa anche quanto possano essere impietose con chi le approccia senza prepararsi. «Nonostante tutta la nostra esperienza il recupero non è stato semplice. Però lo abbiamo reso sicuro.» Il lunedì erano già al lavoro. Come tutti.