Intelligenza artificiale e costi aziendali: i dati di Bankitalia e il rallentamento dei colossi Usa

Mentre la Banca d’Italia spinge le imprese ad accelerare sull’intelligenza artificiale per stimolare la crescita, dagli Stati Uniti giunge un chiaro segnale d’allarme. Grandi colossi tecnologici stanno razionando l’uso dei software più avanzati a causa di bollette insostenibili che non sempre si traducono in un reale aumento della produttività.

Il monito del governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, sulla necessità di investire nelle nuove tecnologie digitali si scontra con una complessa realtà contabile d’oltreoceano. Molte aziende statunitensi stanno scoprendo che l’adozione massiccia, e talvolta inefficiente, dell’IA comporta spese stratosferiche. Al centro del problema si colloca il consumo dei token, ovvero le unità minime di testo o codice che i modelli linguistici elaborano e producono a pagamento. La spesa lievita soprattutto con i sistemi di IA “agentica”, capaci di frammentare un obiettivo in numerose attività automatiche e ripetitive. Una recente analisi di JP Morgan fotografa la situazione con un titolo emblematico: «I costi dei token dell’intelligenza artificiale stanno mangiando vivi i profitti di Internet».

Il caso americano: razionamenti e “tokenmaxxing”

I bilanci di colossi del calibro di Uber, Meta, Microsoft, Salesforce e DoorDash risentono già di questa pressione economica. Uber, secondo i resoconti finanziari, avrebbe esaurito in pochi mesi l’intero budget annuale stanziato per i sistemi di programmazione assistita, senza riscontrare un incremento verificabile nei servizi per utenti e autisti. Microsoft ha risposto limitando l’accesso ad alcuni applicativi esterni di scrittura codice, indirizzando il personale verso piattaforme interne più economiche.

Negli ambienti della Silicon Valley è nato persino il neologismo “tokenmaxxing” per descrivere la tendenza a esibire un elevato consumo di dati come presunto sinonimo di innovazione aziendale. La stessa Meta aveva introdotto una graduatoria interna per premiare i dipendenti che utilizzavano maggiormente l’IA, salvo poi fare marcia indietro a causa dell’impennata dei costi operativi. Nonostante i tentativi di contenimento, i volumi complessivi sono in netta espansione: Google processa oggi oltre 3,2 milioni di miliardi di token al mese, mentre Goldman Sachs stima che i volumi legati agli agenti intelligenti possano moltiplicarsi per 24 entro il 2030.

La situazione in Italia e il nodo produttività

I dati macroeconomici evidenziano che l’inserimento di questi strumenti nel tessuto produttivo italiano procede a rilento rispetto alla media europea. Sebbene tra le imprese con almeno 20 addetti la quota di utilizzo sia salita al 32% all’inizio del 2026, l’applicazione estensiva e strutturata rimane confinata a un esiguo 5%.

L’aspetto più rilevante rilevato dalle indagini di Bankitalia riguarda l’efficacia degli investimenti: il 70% delle imprese italiane che ha già integrato l’IA dichiara di non aver registrato, fino a questo momento, alcun impatto concreto sulla produttività complessiva. La tendenza internazionale dimostra che i reali benefici economici si manifestano esclusivamente quando l’introduzione dei software viene supportata da adeguate competenze interne, da una profonda riorganizzazione dei flussi di lavoro e da un monitoraggio rigoroso delle spese di gestione.

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Redazione