
Buoni pasto, la rivoluzione normativa che premia aziende e dipendenti: meno tasse e più potere d’acquisto contro l’inflazione.
Il welfare aziendale in Italia cambia pelle e lo fa attraverso uno strumento tanto semplice quanto potente: il buono pasto. Grazie ai recenti aggiornamenti normativi, quello che un tempo era considerato un semplice benefit accessorio si è trasformato in una leva strategica irrinunciabile per le imprese lungimiranti. Non si tratta più solo di garantire il pranzo, ma di attuare una vera e propria ottimizzazione fiscale che alleggerisce i bilanci aziendali e, contemporaneamente, difende il potere d’acquisto dei lavoratori.
La “sorprendente” evoluzione del quadro legislativo risiede nell’innalzamento delle soglie di defiscalizzazione, che hanno reso il buono pasto elettronico nettamente più vantaggioso rispetto alla classica monetizzazione in busta paga, inevitabilmente erosa dalla tassazione ordinaria. Per le aziende, il calcolo è semplice e il vantaggio è duplice: da un lato, i costi sostenuti sono integralmente deducibili ai fini delle imposte dirette (IRES e IRAP); dall’altro, l’IVA al 4% è completamente detraibile. In sintesi, ogni euro investito nel benessere alimentare del dipendente genera un risparmio fiscale immediato.
Dal punto di vista del lavoratore, il ticket rappresenta uno scudo efficace contro il carovita. Il valore del buono, infatti, non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente fino alle soglie di legge, garantendo un netto in busta superiore. A questo si aggiunge la grande flessibilità d’uso: l’addio alle rigide convenzioni delle mense interne ha lasciato spazio a una soluzione agile e scalabile, utilizzabile non solo nei ristoranti ma anche nei supermercati, nei mercati rionali e negli agriturismi, adattandosi perfettamente ai nuovi ritmi dello smart working e della vita contemporanea.