
Giacomo Emanuele
A 1.200 metri di altitudine, sui Nebrodi, il racconto dell’enogastronomia cambia prospettiva. Non ci sono soltanto prodotti da assaggiare o eccellenze da celebrare. Prima vengono il lavoro, gli animali, la montagna e le persone che hanno scelto di restare.
È qui che il Festival del Giornalismo Enogastronomico dei Nebrodi ha portato i giornalisti per conoscere da vicino una delle realtà del territorio. Una visita sul campo, lontano dalle sale degli incontri, che ha permesso di vedere e toccare con mano cosa significa allevare in montagna e custodire razze che appartengono alla storia di questi luoghi.
Ad accogliere i giornalisti è Giacomo Emanuele, dell’azienda Emanumiele. Il suo racconto parte dagli animali e arriva molto più lontano. Parla di biodiversità, di razze autoctone, di piccoli produttori, di consumo locale e soprattutto di un lavoro duro, portato avanti con una passione che qui non ha bisogno di essere raccontata troppo. Basta guardarsi intorno.
Emanuele descrive un territorio nel quale popoli e civiltà differenti non si sarebbero limitati a passare, ma avrebbero lasciato qualcosa, contribuendo nel corso dei secoli alla biodiversità che ancora oggi caratterizza queste montagne.
Da qui nasce il tentativo di recuperare antiche tradizioni e soprattutto di preservare le razze autoctone. L’ape nera sicula, il suino nero, l’asino ragusano, i muli e i cavalli diventano parti dello stesso patrimonio da custodire.
I suini vengono allevati allo stato semibrado, all’interno di recinzioni che impediscono il contatto con gli animali selvatici. Il bosco fa il resto. Castagni, querce e varietà differenti producono i loro frutti in periodi diversi, consentendo agli animali di trovare naturalmente nel terreno parte della propria alimentazione.
Mentre accompagna i giornalisti nell’azienda, Emanuele porta il discorso su ciò che più gli sta a cuore. Conservare prima ancora di produrre.
«Il nostro sogno sarebbe intanto quello di non far perdere le razze originali, quindi le linee originali».
Dietro queste parole c’è una concezione precisa del rapporto con la terra. La ricerca continua di incroci e miglioramenti può produrre risultati nell’immediato, osserva Emanuele, ma non sempre consente di prevederne gli effetti nel lungo periodo.
Il ragionamento diventa una dichiarazione di responsabilità verso chi verrà dopo. «Dovremmo cominciare a metterci in testa che noi siamo semplicemente di passaggio». Produrre, dunque, senza compromettere ciò che dovrà essere lasciato alle generazioni successive.
La tutela della biodiversità deve però poter diventare anche economia. Ed è qui che il ragionamento di Emanuele esce dai confini dell’azienda.
Per produzioni di queste dimensioni una singola impresa non può garantire da sola quantitativi sufficienti. La strada immaginata passa dalla collaborazione e dalla nascita di un consorzio capace di mettere insieme i piccoli produttori, mantenendo identità e qualità.
Essere un prodotto di nicchia, nella sua visione, non significa trasformarlo in qualcosa da vendere «come una reliquia». Significa dare valore a ciò che il territorio produce senza allontanarlo proprio dalle persone che quel territorio lo abitano.
È qui che Emanuele porta un esempio molto concreto. Prima di guardare ai mercati lontani, miele, carne e altre produzioni locali potrebbero trovare maggiore spazio nelle scuole e negli ospedali del comprensorio.
«Per me è inconcepibile che il mio miele o il mio prosciutto di suino lo debba mangiare lo svedese, con cui non ho nulla in contrario, ma che nel frattempo non lo possa mangiare mia figlia qui alla mensa scolastica del Comune».
Non è una chiusura verso i mercati esterni. Emanuele lo chiarisce. Quello che viene prodotto in più può essere venduto altrove e raggiungere mercati più grandi, senza però alterare gli equilibri del luogo nel quale si produce.
Il principio resta semplice: «I primi a dover godere di quello che il nostro territorio ci offre dovremmo essere quelli che siamo sul posto».
È nell’ultima parte del racconto che il discorso sull’agricoltura incontra uno dei problemi più difficili delle aree interne: la partenza dei giovani.
Emanuele lega il cibo alla conoscenza e la conoscenza all’appartenenza. Far vedere ai ragazzi ciò che viene prodotto sui Nebrodi, permettere loro di conoscerlo e assaggiarlo, significa anche contrastare quella convinzione che ritorna troppo spesso: «Qui non c’è niente, bisogna per forza andarsene».
«Se ai ragazzi faccio vedere e toccare con mano, mangiare e godere della bellezza e del gusto che hanno i prodotti di questo posto, si radicheranno anche loro».
La filiera locale diventa così qualcosa di più di un modello economico. Può sostenere le aziende, contribuire alla conservazione della biodiversità e allo stesso tempo rafforzare nei più giovani la conoscenza del luogo nel quale sono cresciuti.
È forse qui che la visita organizzata durante il Festival trova il suo significato più pieno. I giornalisti non sono arrivati sui Nebrodi soltanto per conoscere un prodotto. Sono andati a vedere il lavoro necessario per farlo nascere.
Dietro un miele, un allevamento o un prosciutto ci sono giornate di lavoro, cura degli animali, conoscenza della montagna e una scelta che si rinnova ogni giorno: continuare a produrre in un territorio difficile senza rinunciare alla propria idea di qualità.
È anche questo il valore di portare il giornalismo direttamente nei luoghi della produzione. Prima di raccontare un territorio bisogna attraversarlo, incontrare chi ci lavora e comprendere quanta fatica, conoscenza e passione ci siano dietro ciò che, una volta arrivato sulla tavola, chiamiamo semplicemente eccellenza.