
Il Festival di Sanremo 2026 si conferma l’epicentro delle fibrillazioni politiche e culturali italiane, con Carlo Conti impegnato a difendere l’autonomia artistica dalle pressioni istituzionali. Tra smentite di ospiti eccellenti e il protagonismo della Sicilia nella serata delle cover, la kermesse riflette le tensioni di un Paese sospeso tra nostalgia e sfide tecnologiche.
Il legame tra Sanremo e la politica italiana rappresenta un assioma storico, una casistica che attraversa decenni di influenze partitiche. Dalle simpatie di Jovanotti per D’Alema ai tentativi di Berlusconi, fino alle recenti polemiche dell’era “TeleMeloni”, il Festival è sempre stato oggetto di attenzioni da parte del potere. Carlo Conti, rivendicando la propria indipendenza, ha respinto le etichette politiche, archiviando come “fake” le voci su un invito privato alla presidenza del Consiglio e smentendo sdegnosamente ogni condizionamento sul cast. La stessa Giorgia Meloni è intervenuta via social per derubricare tali indiscrezioni a “FantaSanremo”, invitando a separare lo spettacolo dal lavoro reale del governo.
L’Isola promette di deviare gli equilibri della classifica, specialmente nella serata dedicata ai duetti, dove spiccano nomi siracusani, catanesi e palermitani:
Nella gara principale, la Sicilia punta sulla catanese Levante, in gara con il brano “Sei tu”, e su Dargen D’Amico (di origini eoliane), che con “Ai Ai” porta sul palco una riflessione acuta sull’impatto dell’intelligenza artificiale e sul rischio che la macchina prenda il controllo delle nostre vite.
Il Festival resta il luogo dove le diverse anime politiche esercitano il proprio risentimento riguardo all’egemonia culturale. Dagli attacchi di Salvini ai testi di Achille Lauro o Mahmood nel 2019, fino alle recenti polemiche sul caso Pucci – per il quale la presidenza del Senato ha chiesto “riparazione” – Sanremo fatica a smarcarsi dalla cronaca. Nonostante le blindature contrattuali della Rai per evitare disordini sul palco, la kermesse continua a essere una festa della musica che non dovrebbe servire come palcoscenico per polemiche forzate.