Presentazione ‘U Maxi: Pietro Grasso e i protagonisti dell’Antimafia nell’aula bunker.

Non poteva che essere l’aula bunker dell’Ucciardone, il luogo fisico e simbolico in cui fu celebrato il dibattimento, a ospitare martedì prossimo alle ore 17 la presentazione di ‘U Maxi (Feltrinelli). Il nuovo libro di Pietro Grasso arriva nelle librerie proprio nel giorno dell’anniversario dell’inizio di quel processo che, quarant’anni fa, cambiò per sempre il volto dell’Italia. Grasso, che fu giudice a latere di quella storica Corte d’Assise presieduta da Alfonso Giordano, riapre i faldoni di un procedimento che trasformò la cronaca in Storia, restituendo voce a chi scelse di stare dalla parte del dovere.

Alla presentazione, Grasso dialogherà con figure che hanno segnato quell’epoca: il pubblico ministero Giuseppe Ayala, Leonardo Guarnotta (membro del pool antimafia), Stefano Giordano (figlio del presidente della Corte), Lidia Mangione (una dei sei giudici popolari) e il giornalista Francesco La Licata. Un incontro che rianima un passato che non vuole e non deve passare, perché il Maxiprocesso non è stato solo un atto giudiziario, ma il momento in cui l’Italia civile ha provato a mettere ordine nel proprio disordine.

Il Maxiprocesso impresse una svolta radicale nella lotta alla mafia. Per la prima volta, lo Stato smise di considerare Cosa nostra come una somma di reati isolati per riconoscerla come un sistema di potere gerarchico e unitario. Alla sbarra c’erano 475 imputati, portati davanti alla legge grazie al metodo innovativo del pool antimafia e alla rottura del codice dell’omertà sancita da Tommaso Buscetta. Fu la prima volta che lo Stato provò a dirsi tutta la verità, ad alta voce, protetto dai vetri antiproiettile e dalle trenta gabbie di un’aula costruita appositamente per sfidare l’invincibilità presunta dei clan.

Grasso ci riporta dentro quella “clausura” della camera di consiglio, ricordando la dignità dei giudici popolari che, nonostante la paura, accettarono di firmare una sentenza storica. Quella sentenza, arrivata il 16 dicembre 1987, fu un colpo durissimo: 19 ergastoli e un totale di 2.665 anni di reclusione. La Cupola mafiosa venne condannata come mandante, svelandone regole, gerarchie e interessi. Eppure, il libro non tace le ombre e il fango: le delegittimazioni feroci che parlavano di “giustizia-spettacolo”, i sospetti contro i magistrati lanciati dai salotti e dai giornali, e l’isolamento che colpì Falcone e Borsellino proprio dopo la loro vittoria più grande.

Oggi la mafia è cambiata. Secondo l’accusa e le analisi di chi ha vissuto quelle trincee, si è mimetizzata tra affari, finanza e politica. Il monito di Grasso è chiaro: la guardia non va mai abbassata. Liberare la società e l’economia dal veleno mafioso richiede una nuova coscienza civile, perché chi ha visto in faccia la mafia sa che la verità non basta proclamarla. Bisogna avere la forza di portarla sulle spalle, anche quando pesa, proprio come fecero quegli uomini e quelle donne quarant’anni fa nell’aula dell’Ucciardone.

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Redazione