
Dopo dieci anni trascorsi a discutere di filiere, imprese e sviluppo delle aree interne, la domanda diventa inevitabile: che cosa sappiamo davvero dell’economia dei Nebrodi? Quali imprese funzionano, dove si può investire, quali ostacoli rimangono e, soprattutto, è possibile trasformare tante esperienze che procedono separatamente in un sistema?
È da questa domanda di Nino Amadore che prende forma uno dei confronti del Festival del Giornalismo Enogastronomico dei Nebrodi. Non più soltanto il racconto delle eccellenze, ma il tentativo di misurare ciò che il territorio produce e comprendere su quali basi possa costruire il proprio sviluppo.
«Dopo dieci anni che facciamo questo Festival, che discutiamo di filiere, di economia, di sviluppo, che cosa abbiamo? Che cosa c’è? Su che cosa possiamo ragionare?», chiede Amadore introducendo il focus sull’economia dei Nebrodi.
Il professor Sebastiano Bavetta parte da una debolezza che condiziona qualsiasi programmazione. Mancano dati sufficientemente dettagliati.
I Nebrodi non sono un blocco omogeneo. Al loro interno convivono territori con caratteristiche orografiche ed economiche differenti. Prima ancora di decidere cosa fare, occorrerebbe conoscere meglio quello che già esiste e mettere in relazione realtà che troppo spesso procedono separatamente.
«Vogliamo sviluppare un territorio? Cominciamo a conoscerlo», osserva Bavetta.
La carenza di dati, precisa, non riguarda soltanto i Nebrodi. È un problema più generale del Paese. Ma proprio una conoscenza più approfondita delle caratteristiche economiche locali potrebbe offrire ad amministratori e imprenditori strumenti migliori per programmare e investire.
Il passaggio successivo è ancora più difficile: far dialogare territori, imprese e istituzioni, cominciando a considerare i Nebrodi non come una somma di singole realtà, ma come un’area capace di presentarsi in maniera integrata.
Poi dalla teoria si passa a un caso concreto.
Francesco Mastrandrea, fondatore e CEO della società agricola Halaesa, racconta un’esperienza che rompe diversi luoghi comuni sull’agricoltura nelle aree interne.
Mastrandrea non proviene da una famiglia di agricoltori. Ha studi economici alle spalle e arriva al settore mettendo insieme agricoltura, sviluppo d’impresa e finanza.
La scommessa parte dalla frutta tropicale e in particolare dall’avocado. L’intuizione è guardare alle condizioni agronomiche della Sicilia non come a un limite geografico, ma come a un possibile vantaggio competitivo.
Il confronto con gli investitori, racconta, non è stato privo di diffidenze. Dalla carenza delle infrastrutture alla perdita di capitale umano, fino ai vecchi stereotipi sulla Sicilia. Ma quando il progetto riesce a dimostrare che esistono un mercato e un ritorno dell’investimento, quelle resistenze cominciano a cadere.
Halaesa raccoglie inizialmente due milioni di euro di capitale privato per sviluppare i primi cento ettari. Successivamente il progetto cresce, punta ai trecento ettari e raccoglie altri capitali provenienti anche da investitori estranei al mondo agricolo. A questo si aggiunge, secondo quanto raccontato da Mastrandrea, un finanziamento da 20 milioni di euro destinato allo sviluppo dell’azienda.
Ma il numero che interessa maggiormente il territorio è probabilmente un altro. A Tusa, racconta l’imprenditore, lavorano trenta giovani under 35 che prima non avevano un’occupazione.
Mastrandrea pronuncia poi una frase che contiene buona parte della sua idea d’impresa.
«Quando ho iniziato a fare questo mestiere dicevo sempre che volevo fare agricoltura e non volevo essere povero».
Dietro c’è il tentativo di superare l’idea di un’agricoltura destinata a vivere soltanto attraverso il sostegno pubblico.
L’impresa, nel suo ragionamento, deve essere capace di attrarre capitale dimostrando che l’investimento può produrre un ritorno. Gli incentivi possono rappresentare un’opportunità, ma non dovrebbero essere la ragione per la quale un’attività nasce.
E l’avocado, in questa prospettiva, è quasi secondario. Ciò che Mastrandrea considera replicabile è il modello.
Se funziona per una coltivazione tropicale, la stessa impostazione potrebbe essere applicata, con caratteristiche e numeri differenti, agli agrumi, alle nocciole e ad altre filiere siciliane.
È a questo punto che il confronto passa alla grande distribuzione.
Giuseppe Spadaro, direttore generale di Coop Gruppo Radenza, introduce un altro passaggio decisivo. Produrre un’eccellenza non significa automaticamente riuscire a venderla.
La grande distribuzione, osserva, viene spesso percepita come la parte più dura della filiera commerciale, ma può assumere anche una funzione diversa. Coop Gruppo Radenza punta a valorizzare le produzioni siciliane e a offrire al consumatore qualcosa che vada oltre la sola convenienza.
Il cliente, nonostante debba fare i conti con il proprio potere d’acquisto, continua infatti a cercare qualità, identità ed esperienza.
L’avocado siciliano è un esempio. Il consumo è cresciuto e la provenienza può diventare un elemento di scelta rispetto a un prodotto arrivato da oltreoceano.
Ma perché un’eccellenza locale riesca ad arrivare sugli scaffali occorrono organizzazione, quantità e capacità di relazionarsi con una struttura complessa come la Gdo.
Spadaro riconosce che molte aziende producono eccellenze ma non sempre possiedono gli strumenti per confrontarsi direttamente con la grande distribuzione. In questi casi, spiega, può essere la stessa distribuzione a fare da ponte, perché ha interesse a differenziare l’offerta attraverso prodotti capaci di raccontare il territorio.
Ancora una volta, il prodotto da solo non basta. Deve riuscire a diventare parte di una filiera capace di portarlo fino al consumatore.
Dopo il rapporto tra imprese e mercato, Carlo Amenta, professore di Economia aziendale all’Università di Palermo, sposta il ragionamento sul ruolo del soggetto pubblico.
Il problema, nella sua analisi, non è stabilire dall’alto quale impresa o quale settore debba avere successo. Occorre piuttosto creare le condizioni perché chi vuole investire possa conoscere ciò che la Sicilia è realmente in grado di offrire.
«Non esiste un’offerta senza una domanda», osserva Amenta. Ma quando la domanda arriva bisogna essere in grado di mettere insieme un’offerta credibile.
Ed è qui che emerge una delle debolezze del sistema: le informazioni esistono, ma troppo spesso sono frammentate.
Amenta porta l’esempio delle proposte di investimento che arrivano in Sicilia. Chi vuole insediare un’attività produttiva ha bisogno di sapere quali terreni siano disponibili, quali vincoli esistano, quali infrastrutture servano e se un’area disponga dell’energia necessaria.
«La prima cosa da fare è raccogliere le informazioni e capire qual è l’offerta che noi possiamo dare».
Il soggetto pubblico dovrebbe quindi funzionare da collante tra amministrazioni, imprese e investitori, mettendo in comunicazione strutture che troppo spesso lavorano separatamente e riducendo gli ostacoli che possono rallentare un progetto.
Poi ci sono le infrastrutture. Essere a pochi chilometri da un’autostrada serve a poco se il collegamento necessario per raggiungerla è inadeguato. Per una produzione con margini elevati questi costi possono essere assorbiti; per attività che competono con territori molto meglio collegati possono invece diventare decisivi.
Nel ragionamento di Amenta il ruolo pubblico si sposta così dai soli incentivi alla capacità di organizzare informazioni, programmare infrastrutture e accompagnare chi vuole investire.
Non necessariamente più contributi, dunque, ma un sistema che funzioni meglio.
Dagli investimenti il confronto arriva alla realtà quotidiana dei piccoli Comuni.
Calogero Lazzara, sindaco di Longi, racconta un paese che prova a mettere insieme tessile, turismo naturalistico, agricoltura e collaborazione con le amministrazioni vicine.
Lo spopolamento rimane sullo sfondo di ogni scelta.
Longi ha resistito meglio di altri centri anche grazie alla presenza di attività produttive e di un comparto tessile che lavora per marchi di fascia alta. Ma i numeri demografici dell’intera area continuano a porre una domanda alla quale nessuna singola amministrazione può rispondere da sola.
Da qui il tentativo di superare la vecchia competizione tra Comuni.
«Siamo 29, non scanniamoci», racconta Lazzara parlando dei progetti per le aree interne e della scelta di coordinare gli interventi.
Un Comune può investire nel Parco Avventura, un altro nella via ferrata, altri ancora sviluppare servizi differenti. L’obiettivo è evitare sovrapposizioni e costruire un’offerta che permetta a chi arriva di spostarsi tra più centri, fermarsi sul territorio e incontrare anche ristorazione e produzioni locali.
Il principio viene sintetizzato dal sindaco senza troppi giri di parole: «O si fa sistema o si muore».
Al ragionamento sullo spopolamento si aggiunge quello sulla perdita delle competenze.
Nel confronto viene ricordato come molti giovani lascino i piccoli centri per studiare e, una volta entrati nelle università o nelle grandi aziende, difficilmente ritornino.
Non è soltanto una perdita demografica. È la progressiva sottrazione di quel capitale umano che potrebbe contribuire a innovare imprese, agricoltura e amministrazioni.
Da qui anche la necessità di rafforzare il rapporto tra università, amministrazioni locali e imprese, recuperando quella funzione di trasferimento dell’innovazione che permette alla ricerca di arrivare direttamente nelle aziende e ai territori di acquisire nuove competenze.
Alla fine il confronto ritorna esattamente al punto dal quale era partito Amadore.
Per anni i Nebrodi sono stati raccontati attraverso parole ormai familiari: biodiversità, paesaggio, eccellenze agroalimentari, turismo lento, qualità della vita.
Sono risorse reali. Ma continuare a definirle soltanto “potenzialità” non è più sufficiente.
La fase successiva è misurarle.
Capire quante imprese esistono, quanto producono, quante persone occupano, quali mercati raggiungono, quali investimenti riescono ad attrarre e cosa impedisce alle esperienze migliori di crescere o di essere replicate.
Il caso Halaesa mostra che capitali provenienti da fuori possono guardare anche a questi territori quando incontrano un progetto economicamente credibile. Il confronto con la grande distribuzione mostra che esiste uno spazio per valorizzare le produzioni siciliane, purché le imprese riescano a organizzarsi e a raggiungere il mercato. Amenta pone sul tavolo la necessità di un soggetto pubblico capace di mettere insieme informazioni, infrastrutture e investitori. L’esperienza dei Comuni ricorda, infine, quanto sia difficile costruire sviluppo quando ciascun territorio procede da solo.
Dopo dieci anni di Festival, la domanda posta da Amadore può allora cambiare. Non più soltanto cosa potrebbero diventare i Nebrodi, ma quanto vale ciò che esiste già e cosa bisogna fare per collegare esperienze che oggi continuano troppo spesso a muoversi separatamente.
Perché il passaggio dalle eccellenze allo sviluppo comincia proprio lì: quando tante storie che funzionano smettono di essere eccezioni e iniziano a diventare un sistema.