Da La Vigneta, il futuro dei Nebrodi tra turismo, giovani e territorio

I Nebrodi hanno natura, produzioni agroalimentari di qualità, paesaggi lontani dal turismo di massa, piccoli centri e un patrimonio gastronomico riconoscibile. Quello che ancora manca è la capacità di tenere insieme queste risorse e trasformarle in un sistema capace di produrre sviluppo e lavoro.

È uno dei temi emersi a La Vigneta, durante il Festival del Giornalismo Enogastronomico, fondato e promosso dal giornalista del Sole 24 Ore Nino Amadore. Un confronto aperto, lontano dalle formule dei convegni, che ha messo attorno allo stesso tavolo giornalisti, operatori e persone che vivono e conoscono le aree interne siciliane.

Si parte dal turismo, ma il ragionamento si allarga presto. Sui Nebrodi si può camminare, fare trekking, vivere esperienze legate alla natura e all’enogastronomia. Ci sono luoghi scelti anche per la meditazione e lo yoga. L’offerta esiste, ma spesso procede per singole iniziative. «La questione è riuscire a strutturare un sistema, a farlo diventare sistema», viene osservato durante il confronto.

Il problema dei collegamenti

Il primo limite è facile da individuare. Arrivare sui Nebrodi non è semplice. Chi giunge in Sicilia da Catania o Palermo deve affrontare distanze e collegamenti che rendono meno immediato raggiungere il territorio. A questo si aggiungono le condizioni della viabilità e, in alcune zone, persino l’assenza della rete telefonica.

Eppure proprio la distanza dai grandi circuiti può diventare un punto di forza, se accompagnata da servizi adeguati. Nel corso dell’incontro arriva una definizione che sintetizza bene questa idea. «Questo non è un posto per turisti, è un posto per viaggiatori».

Chi arriva qui deve sapere cosa sta cercando. Non necessariamente grandi attrazioni o località affollate, ma natura, silenzio, gastronomia e un rapporto diverso con il tempo. «Il vero lusso oggi anche in un viaggio è il tempo», viene ricordato parlando dei nuovi flussi turistici, sempre più interessati all’esperienza e meno legati ai percorsi tradizionali.

Il punto non è trasformare i Nebrodi in qualcosa che non sono. Bisogna rendere più semplice conoscere e raggiungere quello che già esiste e mettere in comunicazione strutture ricettive, ristorazione, produttori, attività nella natura e istituzioni. Muoversi in ordine sparso significa perdere una parte del valore che il territorio potrebbe generare.

Giovani, la partita più difficile

È quando il confronto arriva ai giovani che il ragionamento cambia prospettiva. Le infrastrutture sono necessarie, così come una migliore organizzazione turistica, ma il problema delle aree interne non può essere affrontato senza parlare di spopolamento.

I ragazzi studiano e spesso vanno via. La domanda è capire perché chi nasce qui continui a immaginare altrove il proprio futuro, anche quando possiede competenze che potrebbero trovare spazio proprio sul territorio.

Nel dibattito si parla dei giovani laureati in economia del turismo, della difficoltà di coinvolgerli e della necessità di avvicinare maggiormente scuola, formazione e realtà produttive. Da qui una riflessione che cambia anche il modo di raccontare l’Isola. «La Sicilia non è una terra di opportunità, la Sicilia è una terra di risorse». Risorse che esistono già, ma che devono diventare impresa, occupazione e prospettive concrete.

C’è poi un’altra considerazione che attraversa la discussione. «Chi vive nelle aree interne continua a pensarsi povero». Una percezione che pesa quasi quanto le carenze infrastrutturali. Il paesaggio, la qualità della vita, il patrimonio agricolo e gastronomico e le relazioni tra le comunità hanno un valore. Ma se quella ricchezza non riesce a trasformarsi in economia e lavoro rischia di rimanere soltanto potenziale.

Dalle risorse ai risultati

Il confronto tocca anche il modo in cui vengono utilizzate le risorse pubbliche. Non è soltanto una questione di finanziamenti, ma di ciò che rimane sul territorio una volta concluso un progetto. Il ragionamento arriva all’esperienza della Sicilia come Regione europea della gastronomia e alla capacità di trasformare riconoscimenti e investimenti in risultati duraturi.

La discussione sulle cosiddette «mancette» si sposta così dal terreno della polemica a quello della programmazione. Un contributo destinato a mettere in sicurezza una scuola o un edificio pubblico risponde a un’esigenza concreta. Altra cosa è disperdere risorse senza costruire una prospettiva. È qui che torna il tema che attraversa l’intero confronto. Le singole iniziative hanno senso quando riescono a diventare parte di un progetto più ampio.

L’intuizione di Amadore e un Festival costruito nel tempo

È anche alla luce di questo ragionamento che assume un valore diverso l’esperienza del Festival. Dietro l’iniziativa di Nino Amadore c’è un’idea maturata e portata avanti negli anni: portare il giornalismo nei luoghi prima ancora di chiedere ai giornalisti di raccontarli. Far conoscere i Nebrodi attraverso le persone, i prodotti, le imprese, i paesaggi e anche le difficoltà di chi ha scelto di restare.

Non una semplice vetrina di prodotti tipici e neppure una fiera. Amadore lo chiarisce durante il confronto quando, ricordando una proposta ricevuta, ribadisce che il Festival non nasce per mettere insieme bancarelle e vendita di prodotti. Il suo obiettivo è un altro: creare occasioni di conoscenza e confronto intorno a un territorio.

Amadore è severo soprattutto con se stesso. Si interroga sulla partecipazione dei giovani, sulla capacità di coinvolgere maggiormente le comunità e perfino sugli errori che possono essere stati commessi nell’organizzazione e nella comunicazione. È un’insoddisfazione che, però, rischia di mettere in secondo piano quello che il Festival ha già prodotto.

«Quando abbiamo pensato io e Pino questo festival, ci eravamo dati un traguardo di dieci anni», ricorda. Quel traguardo è stato raggiunto e adesso, nelle sue parole, è cominciato «l’anno uno di un nuovo ciclo».

In oltre dieci anni sono arrivati sui Nebrodi giornalisti, rappresentanti delle istituzioni, operatori e protagonisti del mondo agroalimentare. Hanno percorso questi luoghi, incontrato produttori, conosciuto esperienze e discusso dei problemi delle aree interne. Il risultato non si misura soltanto nei giorni del Festival, ma nella rete di rapporti e nel racconto che da quei giorni continua fuori dai Nebrodi.

Il Festival incontra le nuove generazioni

Quest’anno c’è anche un passaggio che guarda direttamente al futuro. Il coinvolgimento delle scuole ha portato bambini e ragazzi dentro il Festival. Un primo passo che assume un significato particolare proprio mentre il dibattito si interroga sulla distanza delle nuove generazioni dal territorio.

Amadore si domanda se sia rimasto qualcosa di quell’esperienza. Poi quasi si risponde da solo. «È rimasto qualcosa, non è rimasto qualcosa, rimarrà».

Forse è proprio questo uno dei risultati più difficili da misurare. Far conoscere un territorio agli altri, ma anche aiutare chi ci vive a riconoscerne il valore. Un lavoro lento, che non produce effetti immediati e che ha bisogno di continuità.

Non basta il turismo

Pensare che qualche nuova struttura ricettiva o una manifestazione possano invertire da sole la tendenza sarebbe però un errore. Nel confronto viene posta una domanda molto concreta. «Riusciremo con altre dieci strutture così a rilanciare le aree interne?». La risposta è secca. «No».

Servono investimenti, collegamenti, formazione, imprese, servizi e amministrazioni capaci di programmare. Serve anche un racconto diverso dei Nebrodi, capace di uscire dalla retorica delle potenzialità e mostrare quello che in questi luoghi già esiste.

Il Festival non può fermare da solo lo spopolamento e non può creare il lavoro che manca. Può però contribuire a cambiare il modo in cui un territorio guarda se stesso e viene raccontato fuori dai propri confini.

Dopo oltre dieci anni, qualcosa si è mosso. Forse i primi frutti di quel lavoro che Amadore immaginava all’inizio del Festival cominciano già a vedersi.

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Published by
Alfio Musarra