Tre guardie penitenziarie ferite a Catania: il sindacato accusa il Ministero

L’aggressione e i tre agenti feriti

Tre agenti della Polizia Penitenziaria sono finiti in ospedale dopo essere stati aggrediti da un detenuto della Casa circondariale di Catania Piazza Lanza. L’episodio è avvenuto il 12 luglio 2026. Il responsabile era già sottoposto al regime di sorveglianza speciale previsto dall’articolo 14-bis dell’Ordinamento Penitenziario. Uno degli agenti ha riportato una lussazione alla spalla, gli altri due sono stati medicati e visitati in pronto soccorso.

Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE) ha reagito con una denuncia netta. «L’ennesima aggressione ai danni della Polizia Penitenziaria nel carcere di Catania Piazza Lanza certifica il fallimento di un sistema che continua a ignorare gli allarmi lanciati dal SAPPE. Tre agenti sono finiti in ospedale dopo essere stati violentemente aggrediti da un detenuto già sottoposto al regime di sorveglianza particolare ex articolo 14-bis dell’Ordinamento Penitenziario. Uno di loro ha riportato una lussazione alla spalla. A loro va la vicinanza e il ringraziamento del Sindacato.»

«Criticità denunciate da mesi, rimaste senza risposta»

Donato Capece, segretario generale del SAPPE, e Francesco Pennisi, delegato nazionale per la Sicilia, respingono l’idea che si tratti di un fatto isolato o imprevedibile. «Quello di Catania non è un episodio imprevedibile: è l’ennesima conseguenza di criticità denunciate da mesi e rimaste senza risposta. A pagare il prezzo dell’immobilismo sono, come sempre, i poliziotti penitenziari, lasciati soli a fronteggiare detenuti violenti, spesso affetti da gravi disturbi psichiatrici, in un istituto segnato da carenze di organico, strutture deteriorate e problemi organizzativi che richiedono interventi immediati.»

Il quadro descritto dal sindacato è quello di un carcere che accumula problemi da tempo: reparti fatiscenti, organico insufficiente, detenuti con patologie psichiatriche gravi gestiti senza strutture adeguate. «È intollerabile che, mentre chi lavora nelle sezioni detentive rischia quotidianamente la propria incolumità, una parte dell’Amministrazione continui a rifugiarsi nella burocrazia, rinviando decisioni non più procrastinabili. Le richieste di ristrutturare padiglioni e sezioni ormai fatiscenti, di rafforzare gli organici e di garantire condizioni di lavoro dignitose vengono sistematicamente ignorate. Questa inerzia ha conseguenze precise e ricade interamente sulla pelle dei Baschi Azzurri.»

Il nodo delle tutele e del rischio giudiziario

Capece e Pennisi alzano il tiro sul tema delle tutele legali. Gli agenti, denunciano, non solo operano in condizioni difficili ma rischiano di essere trascinati in procedimenti giudiziari per aver fatto il proprio lavoro. «Non si può continuare a chiedere sacrifici a donne e uomini che operano ogni giorno in condizioni proibitive, senza strumenti adeguati, senza tutele sufficienti e con il costante timore che, oltre all’aggressione fisica, debbano subire anche conseguenze giudiziarie per aver semplicemente svolto il proprio dovere. Lo Stato pretende sicurezza, ma continua a negare sicurezza a chi la garantisce.»

Un passaggio della nota tocca anche il piano costituzionale. Il SAPPE ricorda che l’articolo 27 della Costituzione viene invocato spesso a tutela dei diritti dei detenuti, ma raramente si considera che gli stessi agenti penitenziari sono chiamati ad attuarlo ogni giorno, in condizioni spesso al limite.

Le richieste al Ministero della Giustizia

Il sindacato chiede al Ministro della Giustizia e al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria un intervento straordinario su Piazza Lanza: verifica urgente delle criticità organizzative, ristrutturazione dei reparti degradati, incremento degli organici e individuazione di strutture specifiche per la gestione dei detenuti con gravi patologie psichiatriche.

La chiusura del comunicato è un ultimatum. «Non servono più visite di circostanza, dichiarazioni di solidarietà o promesse destinate a restare sulla carta. Servono decisioni immediate. Ogni aggressione annunciata e poi puntualmente verificatasi rappresenta il fallimento dell’Amministrazione penitenziaria e della politica. Se si continuerà a ignorare il grido d’allarme della Polizia Penitenziaria, la responsabilità di quanto accadrà ricadrà su chi, pur avendo il dovere di intervenire, ha scelto di restare immobile.»

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Redazione