
Diletta Leotta
C’è una montagna che di notte respira fuoco, e in questi giorni lo fa da quattro punti diversi. Lo racconta oggi La Sicilia, attraverso le parole di Stefano Branca, direttore del dipartimento Vulcani dell’Ingv, dopo una giornata intera passata a raccogliere campioni sul campo. «Sulla base dei tassi effusivi stimati, possiamo dire che le colate laviche rimarranno all’interno della Valle del Bove, alle quote in cui si stanno attestando in questi giorni, o leggermente più in basso».
L’Etna ha aperto quattro bocche, tutte dentro la Valle del Bove, e le ultime due, a 1.900 e 2.090 metri, sono basse. Troppo basse per non pensare al peggio.
Se la lava fosse stata alimentata con più forza, la montagna avrebbe potuto ripetere qualcosa che qui non si vede da quasi mezzo secolo: il travalico oltre i confini orientali della Valle del Bove, la lava che scavalca e minaccia la strada Mareneve, poi Fornazzo, la frazione più alta e più esposta di Milo. Per fortuna, dice l’Ingv, non sta succedendo.
Il magma continua a scorrere sotto la Valle del Bove come un fiume nascosto, e ogni tanto trova un punto debole e lo apre. La prima fessura bassa, nella notte tra lunedì e martedì, a 1.900 metri. La seconda, poche ore dopo, a 2.090 metri, vicino Monte Simone. Terza e quarta bocca da quando questa fase eruttiva è iniziata.
In cima, il cratere Voragine non si è mai fermato. Una colonna di cenere alta chilometri, spinta dai venti verso sud e sud-est, che continua a piovere sabbia su Catania e sui paesi ai piedi del vulcano, primo fra tutti Belpasso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’aeroporto di Fontanarossa, per il quinto giorno consecutivo, resta fermo.
Il dicco magmatico che alimenta tutte e quattro le fessure è superficiale. Niente terremoti significativi, niente segnali di un’intrusione profonda. Ed è proprio questo il pericolo vero, oggi: non sapere dove uscirà la prossima fessura. Per questo il Comune di Sant’Alfio ha vietato l’accesso ai sentieri che portano dentro la Valle del Bove, un divieto in molti casi ignorato, soprattutto di notte.
Il punto migliore per vedere lo spettacolo resta il belvedere di Serracozzo, raggiungibile dal sentiero che parte poco sotto il Rifugio Citelli. Ci sono centinaia di persone ogni sera, turisti e appassionati, tutti con lo sguardo puntato verso l’alto. Tra loro anche Diletta Leotta, catanese, affascinata come tutti noi dal vulcano attivo più alto d’Europa, che ha pubblicato video e foto in notturna con il titolo «Etna is on fire», scatenando qualche polemica sui social sul tema sicurezza.
Io c’ero, quella sera. E le distanze erano quelle di sicurezza, perché l’Etna in questi giorni è vigilata da guide preparate e dal Corpo Forestale, che accompagnano chi sale fin dove è consentito arrivare. Il video, visto da fuori, sembra mostrarla accanto alla lava, ma è l’effetto ottico dell’obiettivo a schiacciare le distanze. A Diletta va detto grazie, non biasimo: in un momento in cui la nostra terra è in affanno, il rilancio dell’immagine dell’Etna attraverso i suoi canali fa più bene di mille comunicati istituzionali. Il fascino di questa montagna è anche questo, ed è un fascino che merita di essere raccontato con la stessa intensità con cui si raccontano i disagi.
Dietro lo spettacolo, però, c’è un conto che l’isola sta pagando in silenzio. Secondo il Bilancio di Sostenibilità SAC 2025, l’aeroporto di Catania ha movimentato oltre 12,3 milioni di passeggeri, con una media di circa 40.500 al giorno nel solo luglio. Su queste basi, Assoesercenti ha stimato che quattro giornate di forte disruption aeroportuale possano coinvolgere un volume di spesa turistica tra 12,8 e 24 milioni di euro.
La Regione ha risposto con i mezzi che aveva: oltre 100 corse speciali di autobus, cinque treni straordinari con Trenitalia, biglietti gratuiti per chi è stato dirottato. Tutto organizzato con risorse proprie, mentre un supporto straordinario, mezzi e uomini dell’Esercito per assistere i passeggeri a terra, non è mai arrivato.
Contro un vulcano che erutta, il danno reale non si esaurisce nei giorni di stop. Catania, come tutta la Sicilia, sta pagando un colpo enorme al turismo incoming, un danno che ricade a cascata su alberghi, ristoranti, guide, noleggi, commercio, mentre l’Etna, indifferente a tutto questo, continua a bruciare e ad affascinare.