«Le cose riescono bene se ci metti amore». Il metodo che ha rimesso in piedi Sant’Agata

Per rimettere insieme il busto di Sant’Agata ci sono voluti mesi. Mesi per guadagnare millimetri. Fermagli laterali grandi come unghie, gioielli da staccare uno alla volta senza forzare niente, punti di apertura nascosti che nessuno riusciva a trovare.

Alla fine, sul reliquiario, nessuno di quei restauratori ha lasciato il proprio nome.

Il sindaco Enrico Trantino li ha guardati lavorare fin dall’inizio, da quando il busto è stato aperto per prelevare il cranio. E stamattina, davanti a una telecamera, ha detto che da quel mestiere ha capito ancora una volta una cosa sola. Che le cose riescono bene quando ci metti dentro molto amore. E che è questo il messaggio che dovrebbe passare.

Sembra poco. È tutto.

Nessuno di noi arriva da solo

Quando ha spiegato perché ha voluto donare al reliquiario la sua croce pettorale, l’arcivescovo Luigi Renna ha detto una frase che vale per chiunque riceva un incarico, un premio, una promozione.

«Quando un vescovo dona una croce porta tutta la diocesi su Sant’Agata. Non porta una devozione personale, porta la devozione che ha imparato dal popolo e porta tutte le attese di una comunità».

E rivolgendosi ai fedeli, indicando quella croce, ha aggiunto quattro parole. «Nella quale ci siete tutti quanti voi».

Dietro ogni risultato c’è sempre qualcuno che ci ha creduto prima di noi. Un professore che ha insistito, un genitore che si è alzato presto, un collega che ha coperto un turno senza dirlo. Le croci dei vescovi sul busto si sono depositate così, una dopo l’altra, per secoli. Nessuna di loro è finita lì per firmare qualcosa.

Portare i pesi degli altri

Il cardinale Parolin è arrivato in piazza Duomo dopo sette chilometri e mezzo a piedi. La prima cosa che ha detto non riguardava la santa, ma le persone che aveva accanto.

«Questa mattina è stata per me un’esperienza bellissima. Il fatto di aver camminato insieme, un così lungo tratto di strada, cantando, pregando».

Poi ha descritto quella folla. Bambini, giovani, adulti, anziani, gente di ogni condizione, «tutti uniti nella medesima fede, condividendo la medesima speranza e cercando di vivere nella carità portando gli uni i pesi degli altri».

Portare i pesi degli altri. In ogni ufficio, in ogni classe, in ogni condominio c’è qualcuno che lo fa senza che nessuno se ne accorga. Sono le persone che tengono in piedi le cose. Non compaiono mai nelle foto.

Parolin ha aggiunto che quelle di Agata sono «virtù personali e virtù civiche anche, virtù della città e della società intera». Civiche riguarda come trattiamo quello che è di tutti. Le strade, i muri, gli autobus, le aule.

La scorciatoia che ci frega ogni volta

C’è un vizio che il sindaco ha nominato con una franchezza che va riconosciuta, perché parlando da amministratore avrebbe potuto evitarlo.

«Purtroppo abbiamo questa propensione, nella nostra epoca, a trovare sempre capri espiatori, colpevoli da accusare per qualunque cosa vada male».

È la scorciatoia più comoda che esista. Se la colpa è sempre di qualcun altro, il Comune, la Regione, lo Stato, il vicino, allora non c’è niente da fare e possiamo restare fermi con la coscienza a posto.

Trantino ha girato la domanda ai catanesi. «C’è veramente qualcuno che può pensare che possa essere io, che possa essere la mia amministrazione, che possa essere il Comune o una sola istituzione a cambiare in meglio le tante cose che non vanno di questa città?».

Non ha eluso la sua parte, elencando manutenzione, rifiuti e degrado tra le cose da migliorare. Ma ha chiesto qualcosa anche agli altri, con l’unica immagine che qui funziona sempre. Chi sta per abbandonare un sacchetto per strada dovrebbe fermarsi un secondo, pensare al volto della patrona, e capire che il torto in quel momento lo fa anche a lei.

«La città la facciamo tutti quanti noi», ha detto. «Non la fa solamente il sindaco».

Da domani, i millimetri

Le transenne verranno smontate, i fuochi saranno finiti, il busto tornerà dietro i portoni della Cattedrale.

Quello che resta è un metodo, e stamattina lo hanno detto in tre da tre posti diversi. Si lavora per millimetri, si porta il peso quando tocca a noi, non si aspetta che qualcun altro sistemi le cose, e non si firma tutto quello che si fa.

Un reliquiario del Quattrocento è tornato a splendere così. Una città di trecentomila abitanti non funziona diversamente.

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Published by
Alfio Musarra