
Mons. Luigi Renna, Arcivescovo di Catania
Ci sono giorni in cui le parole pesano più del silenzio. Ieri, mentre papa Leone XIV affrontava critiche amare per i suoi appelli alla pace, da Catania è arrivata una voce limpida e affettuosa: quella dell’arcivescovo Luigi Renna.
Ci sono giorni in cui le parole pesano più del silenzio. Ieri, mentre papa Leone XIV affrontava critiche amare per i suoi appelli alla pace, da Catania è arrivata una voce limpida e affettuosa: quella dell’arcivescovo Luigi Renna. Nel suo messaggio “Per il Papa e per la pace”, ha ricordato che il Vangelo non si piega, non si addomestica, non si lascia strumentalizzare. È una verità semplice, ma potente, che oggi risuona come un monito e insieme come un conforto.
Renna non parla per difendere un’istituzione, ma per custodire un’anima. Quando scrive che il Papa ha risposto “con garbo” alle parole di disprezzo, invita tutti a guardare oltre la polemica. In un tempo in cui tutto sembra trasformarsi in scontro, urlare appare più facile che comprendere. Eppure la forza della parola cristiana sta proprio nel contrario: nella mitezza, nella coerenza, nella serenità di chi non deve difendere se stesso, ma il messaggio che porta.
Il Vangelo può ispirare la politica, ma non può essere ridotto a una bandiera di parte. È questo il cuore del richiamo dell’arcivescovo di Catania. La fede non può essere trascinata dentro le convenienze del momento, né usata per giustificare appartenenze, contrapposizioni o interessi. Il messaggio evangelico ha un respiro più grande: richiama la dignità della persona, il valore dell’incontro, il dovere della pace.
Ed è proprio sulla pace che oggi si misura la credibilità delle parole. Parlare di pace, in un tempo segnato da guerre, tensioni internazionali e linguaggi sempre più aggressivi, significa esporsi. Significa accettare di essere fraintesi, criticati, persino insultati. Ma significa anche restare fedeli a un compito essenziale. Il Papa non parla di pace per convenienza politica, ma per fedeltà al Vangelo. Ecco perché le parole di Renna assumono un significato che supera la semplice solidarietà personale: diventano una difesa alta della libertà del messaggio cristiano.
Da Catania arriva quindi una riflessione che interpella tutti, credenti e non credenti. Perché quando il Vangelo viene “arruolato” dentro uno schema ideologico, perde la sua forza universale. Diventa slogan, si impoverisce, smette di interrogare le coscienze. Invece la sua vera natura è quella di una parola che inquieta, che apre, che non si lascia rinchiudere. Il Vangelo non conferma le nostre comodità: le mette in discussione.
Le parole dell’arcivescovo Renna hanno anche il merito di restituire misura al dibattito pubblico. In una stagione in cui ogni frase viene subito trasformata in schieramento, ricordare che esiste una verità non manipolabile è un atto di responsabilità. È un invito a rallentare, ad ascoltare, a distinguere tra testimonianza e propaganda. E forse è proprio questo che oggi manca di più: la capacità di riconoscere che non tutto deve essere usato, piegato, interpretato secondo convenienza.
“Esprimiamo vicinanza e gratitudine al Santo Padre”, scrive Renna, perché si fa eco dell’annuncio del Risorto. In questa frase c’è il senso più profondo dell’intervento dell’arcivescovo: riportare al centro non la polemica, ma il significato di una missione. La Chiesa è chiamata ad annunciare pace, non a contendersi consenso. E chi rappresenta questo annuncio sa che la sua voce può anche risultare scomoda, ma non per questo meno necessaria.
In fondo, il messaggio che arriva da Catania è tanto semplice quanto essenziale: la pace non è una parola debole, e il Vangelo non è materia da adattare agli interessi del giorno. Rimane una parola viva, libera, esigente. E forse proprio per questo continua ancora oggi a disturbare chi vorrebbe ridurlo a strumento. Ma il Vangelo, come ricorda Renna, non si lascia addomesticare. Si può ascoltare, accogliere, perfino rifiutare. Ma non piegare.