San Berillo: storia, criticità e prospettive di rigenerazione urbana nel centro storico

Tra le macerie di uno sventramento mai dimenticato e i colori della nuova street art: viaggio nel cuore pulsante e contraddittorio di San Berillo.

Una ferita aperta nel salotto buono della città: storia di un rione che ha vissuto la deportazione, il degrado e che oggi cerca il riscatto attraverso l’arte e l’identità popolare.

Esiste una Catania che non brilla dell’oro barocco di Piazza Duomo, né corre frenetica lungo la via Etnea. È una città nascosta, racchiusa in un dedalo di vicoli che sanno di umido, di spezie e di storie antiche. È il quartiere di San Berillo, la ferita mai rimarginata nel fianco del capoluogo etneo. Camminare qui significa attraversare una soglia invisibile: da una parte il “salotto buono” della città, con le vetrine scintillanti; dall’altra, un mondo sospeso dove il tempo sembra essersi fermato a quel fatidico 1957.

Fu l’anno dello “sventramento”, una delle più grandi speculazioni edilizie del dopoguerra italiano. Per far posto al moderno Corso Sicilia, alle banche e ai palazzi del potere, un intero pezzo di storia fu cancellato dalle ruspe, deportando oltre 30mila persone verso le periferie nascenti. Di quell’antico tessuto urbano è rimasto un moncone, un labirinto di case basse e cortili che per decenni è stato sinonimo solo di “luci rosse” e marginalità. Eppure, San Berillo ha rifiutato di morire. Ha resistito all’abbandono con la tenacia tipica dei catanesi, trasformando le sue macerie in tele per una street art vibrante e ribelle.

Oggi, tra le vie delle Belle e via Pistone, si respira un’aria nuova, seppur complessa. Non è gentrificazione, o almeno non ancora del tutto. È una rigenerazione che parte dal basso. Dove prima c’era solo silenzio e transito furtivo, oggi nascono botteghe di artigiani, piccoli bistrot e associazioni culturali che provano a ricucire lo strappo con il resto della città. I muri scrostati ospitano opere d’arte che raccontano santi e peccatori, mentre i residenti storici convivono con una nuova popolazione multietnica che ha trovato qui, nel ventre di Catania, una casa possibile.

Tuttavia, il quartiere resta un paradosso irrisolto. Le voragini urbane, come quella di piazza delle Belle, restano cicatrici visibili in attesa di una riqualificazione che la politica promette da cinquant’anni. San Berillo è la metafora perfetta di Catania: bellissima e incompiuta, capace di farsi male ma anche di risorgere dalle proprie ceneri, o in questo caso, dalle proprie macerie. Non è un luogo per turisti distratti, ma per viaggiatori che cercano l’anima vera, quella che non ha paura di mostrare le proprie rughe.

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Redazione