Premio Dusmet 2026, vince Nikestea 5.0

Vince Nikestea 5.0, il progetto dei founder Diego Bonvicini e Antonella Nieddu, arrivati da Lucca per conquistare la seconda edizione del Premio Dusmet. La cerimonia si è svolta il 28 ottobre 2026 nella Sala Ulisse, nell’ambito della giornata conclusiva di Expomedicina, promossa dalla Fondazione Giuseppe Benedetto Dusmet. E qui, a mio parere, comincia la parte interessante della storia: non il podio, ma quello che il podio racconta di un paese che fatica a scegliere tra entusiasmo tecnologico e prudenza etica.

Perché un progetto nato lontano dalla Sicilia vince un premio siciliano? Perché, come sottolinea la stessa Fondazione, la candidatura di Nikestea 5.0 testimonia la capacità del riconoscimento di attrarre proposte da tutto il Paese, trasformando un evento locale in un tavolo nazionale su innovazione sociale e scienze della vita. È un dato che merita attenzione, perché dice qualcosa su cosa significhi oggi fare rete attorno a un tema delicato come la cura delle persone fragili.

Le menzioni che raccontano cinque idee di futuro diverse

Oltre al vincitore assoluto, il Premio ha riconosciuto cinque traiettorie distinte. Per l’impatto sociale sulla vita delle persone e dei territori, la menzione è andata a Taiù – Agenda inclusiva digitale, progetto di Doris Di Nicola. Nella traiettoria dell’innovazione nel metodo, il riconoscimento è stato assegnato ex aequo ad ALMA – Single Point of Access, presentato da Mihaela Pistimia Vieriu, e a Selfmotion, di Davide La Guardia.

Sul fronte dell’uso etico e responsabile dell’intelligenza artificiale, la menzione è andata a MedicinApp, progetto di Hunan Srl presentato da Arnaldo Salerno. La sostenibilità nel tempo e la replicabilità hanno premiato PAMO – Portable Assistant for Medication Organization, firmato da Salvatore Maniscalco, Gianmarco Cangemi, Settimo Cipolla e Andrea Castronovo. Infine, per la partecipazione e inclusività nel modello organizzativo, il riconoscimento è andato a Reid Life Community, progetto di Aicologic Srls presentato da Marzotto e Lupoli.

Fuori concorso, ma dentro i valori del Premio

Qui la Fondazione ha fatto una scelta che, a mio avviso, dice più di molti discorsi sulla missione dichiarata: ha deciso di premiare anche candidature arrivate oltre la scadenza del bando. Un riconoscimento fuori concorso per l’alto valore etico è andato al CNR-IRIS di Catania, per un progetto sul tema dei maltrattamenti e degli abusi sui minori presentato da Enrico Parano. Un altro riconoscimento è stato assegnato all’ASP di Siracusa, rappresentata da Santo Michele Pettignano, che ha portato due progetti, A.I.D.A. e A.L.I.C.E.

Non è un dettaglio burocratico. Rispettare le regole di un bando e poi scegliere di non chiudere la porta a chi arriva in ritardo, ma con qualcosa da dire, è una decisione che va controcorrente rispetto alla rigidità con cui spesso si gestiscono concorsi e graduatorie. Un riconoscimento speciale, la «Promessa dell’innovazione sociale», è andato anche a Luogo Di Stefano, per il progetto «Simulare per formare»: un modo per dire che si può premiare anche ciò che non è ancora compiuto.

Le comunità di pratica, il pezzo meno visibile e più utile

La cerimonia ha dedicato un momento specifico alle comunità di pratica, cioè a quelle esperienze dove la collaborazione tra professionisti diventa, concretamente, strumento di cambiamento. Il riconoscimento è andato alla Fondazione Marea, rappresentata da Antonio Perdichizzi, per un modello di filantropia comunitaria. Un altro riconoscimento è stato assegnato all’ASP di Messina, per un’esperienza organizzativa orientata al miglioramento della qualità della vita e della salute dei cittadini.

Prima della premiazione, la domanda che conta davvero

Prima delle premiazioni si è svolto un convegno sul rapporto tra innovazione, scienze della vita e responsabilità etica. Al centro, il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nella ricerca, nella diagnosi e nell’organizzazione dei servizi sanitari. È qui che Dom Vittorio Rizzone, della Fondazione Dusmet, ha pronunciato la frase che, se fossi costretto a riassumere l’intera giornata in una riga, sceglierei: «Le tecnologie, anche le più avanzate, devono rimanere strumenti al servizio dell’uomo, senza mai sostituirne il giudizio e la responsabilità».

Non è una frase di circostanza. È, semmai, l’unica difesa ragionevole contro la tentazione, diffusa in ogni settore che maneggia algoritmi, di scaricare su una macchina decisioni che restano, e devono restare, umane. Un algoritmo può individuare correlazioni e supportare scelte complesse. Non può assumersi la responsabilità professionale né sostituire la relazione di cura tra medico e paziente. Su questo equilibrio, tra capacità tecnologica e centralità della persona, si gioca la credibilità di ogni discorso sull’algoretica che in Italia viene fatto, spesso, solo a parole.

Con questa seconda edizione il Premio Dusmet conferma la propria funzione di luogo d’incontro tra ricerca, imprese, professionisti della salute e Terzo Settore. La prossima occasione per misurare se questo incontro produca davvero qualcosa di duraturo, oltre la cerimonia, sarà la terza edizione.

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Redazione