Porto di Catania: 200mila euro per due fontane, ma serve una visione, non solo decoro

Mentre a Palermo il waterfront è diventato un gioiello internazionale, a Catania si spende per abbellire un piazzale. Basteranno due installazioni per colmare il gap?

A volte i numeri raccontano più delle parole. E i numeri che arrivano dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Orientale raccontano una storia che merita di essere letta in filigrana. Si parla di 149.058 euro per la fornitura di due fontane e di altri 16.900 euro per il design delle stesse. Totale: poco meno di 166mila euro più Iva, per un esborso complessivo che supera i 200mila euro.

L’incarico è andato a un’azienda veneta, la stessa che ha firmato la spettacolare fontana danzante del Marina Yachting di Palermo. E qui scatta inevitabile il paragone, non tanto sulla ditta esecutrice – leader nel settore e di indubbia qualità – quanto sulla visione che separa le due città. A Palermo, l’Autorità Portuale ha avuto il coraggio di rivoluzionare un’intera area, trasformando il Molo Trapezoidale in un hub turistico e ricreativo che il mondo ci invidia. Lì la fontana non è un orpello, ma il cuore pulsante di una rigenerazione urbana che ha restituito il mare ai palermitani.

Catania, invece, sembra accontentarsi del “decoro”. Si interviene sul piazzale delle Capitanerie per renderlo “più gradevole”, ma la sensazione è che si stia arredando un salotto senza aver prima ristrutturato la casa. E questo fa male, fa male perché il potenziale del porto etneo è, se possibile, ancora superiore a quello del capoluogo regionale. Palermo ha il fascino roccioso di Monte Pellegrino, una quinta teatrale meravigliosa, è vero. Ma Catania ha l’Etna.

Dove altro, nel Mediterraneo o nel mondo, esiste un porto incastonato dentro la città, da cui si può ammirare un vulcano attivo di 3.300 metri, magari innevato, che sembra baciare il golfo? Il porto di Catania è un unicum geografico e paesaggistico. Chi ha la fortuna di passeggiare lungo la darsena o di guardare verso il molo di levante, abbraccia con un solo sguardo la lunga linea sabbiosa della Playa e, voltandosi, intuisce la scogliera nera che corre verso Acitrezza. È una sintesi perfetta di fuoco e acqua, di sabbia e roccia lavica. Un panorama che, per maestosità e potenza naturale, non teme confronti con Monte Pellegrino.

Eppure, mentre a Palermo si inaugurano waterfront avveniristici che attraggono investimenti e flussi turistici internazionali, a Catania ci si muove a piccoli passi, con interventi di maquillage. Manca, forse, quel coraggio visionario che ha permesso ai “cugini” palermitani di riappropriarsi del proprio mare. Manca la determinazione di pensare al porto non come a un’area di sosta e transito, recintata e separata, ma come alla più grande piazza della città.

Ben vengano le fontane, se servono a portare bellezza. Ma se l’obiettivo è il rilancio turistico ed economico, servono ben altri progetti. Serve una pianificazione che sia all’altezza del Gigante che ci guarda dall’alto. Perché l’Etna merita una porta d’ingresso regale, non solo un piazzale ordinato.

È doveroso precisare, tuttavia, che questa analisi non vuole essere un atto d’accusa verso chi guida oggi gli enti preposti. La trasformazione di un’area portuale non dipende esclusivamente dalla volontà del singolo dirigente, ma è strettamente legata alla disponibilità delle risorse economiche, alla complessità dei quadri normativi e ai tempi della burocrazia.

Il cuore della questione, però, resta la percezione della città. Da decenni si discute di “restituire il mare ai catanesi”, di abbattere quelle barriere che rendono il porto un’enclave separata dal tessuto urbano. Eppure, nonostante le buone intenzioni e i piccoli interventi di manutenzione, per una serie di concause quel confine resta, per molti versi, ancora invalicabile.

Le fontane sono un segnale di cura, ma la speranza è che non rimangano gocce nel mare: Catania non aspetta solo decoro, aspetta di poter finalmente camminare lungo la sua “piazza d’acqua” guardando il vulcano senza filtri.

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L.P