L’ex esponente di Cosa Nostra catanese diventato pittore

«Sono stato un mafioso. Ho attraversato Cosa Nostra in lungo e in largo, ho causato dolore e lutti, mi vergogno delle mie imprese. Oggi sono qui per chiedere perdono per il male che ho fatto. E per testimoniare che la mia vita è cambiata». Sono le parole di Marcello D’Agata, ex esponente di primo piano della mafia catanese legato al clan di Nitto Santapaola, a Milano in un incontro pubblico prima di fare ritorno nella sua cella al carcere di Opera, dove sconta l’ergastolo.

L’incontro tra Marcello D’Agata e Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso nell’attentato di via D’Amelio nel 1992, si è svolto sotto forma di dialogo ed è stato organizzato dall’associazione dEntrofUoriars, che si occupa di reinserimento dei detenuti, insieme all’associazione Peppino Impastato e Adriana Castelli.

Un’infanzia travagliata, poi l’abisso della malavita

D’Agata non cerca alibi, nemmeno quando racconta un’infanzia condivisa con sette fratelli, gli studi interrotti per andare a lavorare, l’ingresso nella malavita che lo trasforma in un personaggio potente e rispettato. Una gioventù che lo accomuna a tanti ragazzi diventati facile preda dei clan, un destino che Salvatore Borsellino conosce da vicino per essere cresciuto nel quartiere della Kalsa a Palermo insieme al fratello Paolo e alle sorelle Adele e Rita. Proprio lì, al civico 57 di via della Vetriera, dove il padre dei Borsellino gestiva una farmacia, è nata nel 2015 la Casa di Paolo, un centro che offre ai giovani un’alternativa alla strada. «È l’eredità luminosa nata dalla morte di mio fratello, grazie alla quale tante vite hanno trovato una possibilità di ripartire, ed è l’unica cosa di cui sono orgoglioso», dice Salvatore Borsellino.

La pittura e la fede nel carcere di Opera

Anche il percorso di D’Agata è ripartito dalla condizione più difficile, quella della detenzione. «Tre anni trascorsi in isolamento mi hanno dato la possibilità di prendere piena consapevolezza delle ferite inferte alle vittime e alla società e di cominciare a percorrere la strada del mio riscatto personale», racconta. A Opera nasce poi la sua passione per la pittura, coltivata con l’esercizio quotidiano sotto la guida della professoressa Chiara Mantovani nel laboratorio messo a disposizione dalla direzione del carcere. Dipingere diventa per lui uno strumento di espressione e un percorso di riscoperta della fede cristiana. «È stato Gesù l’amico che mi ha fatto compagnia in questi 33 anni di detenzione, attraverso i volti delle persone che hanno accompagnato la mia rinascita», spiega D’Agata, che cita «Suor Maristella, i professori Bogoni e Zanzottera, i volontari che da anni vengono a trovarmi».

Un momento decisivo arriva nel 2016, quando Papa Francesco indice il Giubileo della Misericordia e riconosce ai detenuti la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria varcando la porta della cappella del carcere. «Fu quella la provvidenziale occasione di pentimento che ha segnato la mia riconciliazione con Dio», dice D’Agata. In segno di gratitudine ha dipinto due quadri che le sue figlie hanno consegnato al Papa in piazza San Pietro, mentre due suoi bozzetti sono poi stati scelti dalle Poste Vaticane come soggetti di due francobolli. L’opera più recente è un ritratto di Paolo Borsellino, che nei prossimi giorni verrà consegnato al fratello Salvatore.

Le parole di Salvatore Borsellino

«È un’esperienza umana incredibile quella che ho fatto oggi», ha detto Salvatore Borsellino al termine dell’incontro. «Per me è stata un’esperienza umana incredibile vedere una persona che, come lui, addirittura dice che la pena se la meritava e che non ha collaborato con la giustizia proprio per scontarla fino alla fine. Non lo credevo», ha aggiunto, definendo il percorso di D’Agata «un caso rarissimo» che «sembra quasi irreale».

Durante l’incontro Borsellino ha ricordato come da bambino giocasse a pallone nella Kalsa con coetanei che avrebbero poi preso strade opposte: chi si è costruito una vita normale e chi è stato reclutato dalla criminalità organizzata a causa della povertà. «Oggi a Palermo, quartieri come Brancaccio e lo Zen, sono ancora molto poveri ed è nella povertà e nel bisogno che la criminalità va a pescare i suoi adepti», ha detto, spiegando che è per questo che ha voluto citare la Casa di Paolo, «una casa di accoglienza, dove noi accogliamo alcuni di quei bambini e gli diamo la possibilità di sognare». Borsellino ha chiuso l’incontro osservando che il fenomeno non riguarda solo il Sud: «È anche nei quartieri delle periferie delle grandi città come Milano che la criminalità organizzata va a cercare. Non è una questione di natura, perché non si nasce delinquenti. Purtroppo lo si diventa se la vita ci fa percorrere quelle strade e Marcello D’Agata ne è una dimostrazione».

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Redazione