
Tra fede e leggenda, i segreti della terza festa religiosa più importante al mondo: dal “sacco” bianco alle donne velate che anticiparono l’emancipazione femminile.
Sant’Agata, non solo devozione: ecco perché i devoti vestono di bianco, chi erano le misteriose “ntuppatedde” e quanto pesa davvero il fercolo che attraversa la città.
Mentre Catania si tinge di bianco per riabbracciare la sua Patrona, dietro i riti secolari si nascondono storie e curiosità che spesso sfuggono anche all’occhio del fedele più attento. La Festa di Sant’Agata, che proprio oggi entra nel vivo, è un intreccio inestricabile di storia, fede e leggenda. A partire dall’abito simbolo dei devoti: il “sacco”. Perché è bianco? La tradizione popolare vuole che richiami la camicia da notte con cui i catanesi, nel 1126, scesero in strada in fretta e furia per accogliere le reliquie riportate da Costantinopoli. Tuttavia, la lettura teologica lo associa alla veste battesimale e alla purezza, mentre il berretto nero, la scuzzetta, simboleggia l’umiltà e le ceneri penitenziali.
Tra le figure più affascinanti, oggi riscoperte ma un tempo bandite, ci sono le “ntuppatedde”. Erano donne che, nei giorni della festa, giravano per la città completamente velate per non farsi riconoscere, rivendicando una libertà di movimento e di azione impensabile per l’epoca. Sotto quel velo, potevano accettare dolci, fare scherzi e persino corteggiare gli uomini, ribaltando per poche ore le rigide gerarchie sociali: una forma di emancipazione femminile ante litteram che fu vietata alla fine dell’Ottocento perché considerata troppo disinibita, ma che oggi rivive in forma teatrale e simbolica.
E poi c’è il gigante d’argento: il fercolo. Spesso si parla della fatica immane dei portatori, ma quanto pesa realmente la “Vara”? La struttura in argento massiccio, vuota, pesa circa 17 quintali, ma a pieno carico – con il busto, lo scrigno, i ceri e gli addobbi – arriva a sfiorare i 30 quintali. Una massa imponente che viene mossa solo dalla forza delle gambe e della fede, trainata dai cordoni lunghi oltre 200 metri al grido di «Cittadini, viva Sant’Agata!». Un’invocazione che non è solo un saluto, ma una dichiarazione giuridica e d’amore: la Santa non appartiene al clero o ai potenti, ma è “cittadina” tra i suoi cittadini, protettrice viva e presente in mezzo al suo popolo.