
C’è un paradosso che attraversa da anni la Sicilia: forma capitale umano con le sue scuole e le sue università, e poi lo vede partire. A dargli una cifra, oggi, al Palazzo della Cultura di Catania, è stato il report presentato da ORA! Sicilia, frutto di un’analisi su 1.150 giovani tra i 18 e i 40 anni. Il dato che riassume tutti gli altri lo fornisce il Cnel: 61 miliardi di euro, è quanto vale la diaspora giovanile dell’isola, tra chi emigra all’estero e chi sceglie il Centro Nord. Dietro quella somma c’è uno stato d’animo diffuso: il 73% dei ragazzi pensa che qui le cose non cambieranno mai, l’81% non si aspetta miglioramenti nel prossimo decennio, e uno su tre vive già fuori.
Quei numeri non vanno letti come pessimismo, ma come un bilancio. Una regione che migliora i conti pubblici ma continua a perdere i suoi giovani rischia di mettere in conto una perdita più profonda, difficile da recuperare. Perché chi parte non porta via solo se stesso: porta via gli anni di studio che la collettività ha finanziato, le competenze che qui non trovano domanda, le tasse che verserà altrove, le famiglie che costruirà lontano. È un’emorragia silenziosa, e per questo spesso sottovalutata.
Il report nasce anche da un confronto con le istituzioni. Il presidente della Regione, Renato Schifani, commentando quei dati aveva assicurato che «la Sicilia non è una terra condannata a perdere i suoi talenti» e che si sta lavorando «per cambiare questa prospettiva». ORA! ha replicato ricordando che, secondo la sua analisi, negli ultimi quattro anni oltre 44mila giovani siciliani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’isola, e che «61 miliardi persi non si recuperano con gli slogan, ma con riforme strutturali», come ha detto Carmelo Abate. Il movimento ha anche annunciato che presenterà un proprio piano in vista delle amministrative e delle regionali: un dato di cui tenere conto nel leggere l’iniziativa, ma che non toglie nulla alla sostanza del problema.
Ciò che rende interessante l’iniziativa, al di là delle appartenenze, è il tentativo di passare dalla denuncia alla proposta. ORA! ha messo sul tavolo cinque interventi: attrarre grandi imprese tecnologiche, creare tre campus universitari tra Palermo, Catania e Messina, un nuovo modello di sostegno a imprese e startup, il rilancio degli ITS e una strategia per trattenere e valorizzare le competenze. Se ne può discutere la realizzabilità, ma la direzione coglie il nodo vero, confermato dal confronto sul palco tra Davide Bennato, docente di Sociologia dei Media Digitali all’Università di Catania, Marco Romano, docente di Digital Innovation & Transformation Management nello stesso ateneo, e Giambattista Pisasale, ceo e co-fondatore della tech company siciliana Aitho. Un dialogo che ha messo a confronto il punto di vista della ricerca e quello di chi crea impresa e lavoro sul territorio, e che ha confermato dal vivo ciò che i dati raccontano sulla carta: la Sicilia forma capitale umano, ma manca la domanda di lavoro capace di trattenerlo. «Per la prima volta proponiamo qualcosa che va oltre lo slogan: obiettivi dichiarati, indicatori misurabili, scadenze precise», ha spiegato Vincenzo Claudio Piscopo.
Resta una frase che fotografa lo spirito di una generazione. «Noi giovani siciliani non abbiamo più intenzione di aspettare che qualcuno migliori le cose per noi», ha detto Mattia Catalano. È un’impazienza costruttiva, di cui l’isola ha bisogno. Perché quei 61 miliardi non sono una previsione, ma una perdita già in corso, che si rinnova ogni mattina a ogni stazione e a ogni gate. Se davvero la Sicilia non è condannata a perdere i suoi talenti, il momento per dimostrarlo non è il prossimo decennio: è adesso.