
Catania non è solo barocco e lava; è l’odore acre e invitante del carbone che arde ogni sera tra via Plebiscito e il Castello Ursino. È il rito della “polpetta” consumata in strada, un’economia pulsante che lega allevatori, macellai e ristoratori in un nodo identitario che Roma oggi minaccia di recidere per decreto.
Il dibattito parlamentare sulle proposte di legge per vietare la macellazione e il consumo di carne equina ha acceso una miccia che dai palazzi del potere arriva dritta al cuore dei quartieri storici etnei. Da un lato, la senatrice Julia Unterberger (Svp) saluta l’avvio della norma come un atto di civiltà necessario, sottolineando come il consumo sia già crollato dai 70.000 capi del 2012 ai 22.000 del 2024, seguendo un’evoluzione della coscienza collettiva che vede negli equidi animali da compagnia e non cibo. Dall’altro lato, il vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio e il senatore di Forza Italia Dario Damiani avvertono: «Vietare questo alimento significa cancellare un’identità gastronomica e mettere in ginocchio centinaia di attività a conduzione familiare».
Per Catania, la carne di cavallo è un asset economico e turistico insostituibile. Non si tratta solo di una scelta alimentare locale, ma di un’attrazione che richiama migliaia di visitatori internazionali, affascinati dal “food district” all’aperto che caratterizza la città. Vietare la macellazione significherebbe colpire una filiera che Damiani definisce «significativa per le realtà locali», con gravi ripercussioni occupazionali. Le macellerie specializzate sono il perno di un’economia che genera indotto per la fornitura di carbone, prodotti da forno e bevande, creando un ecosistema che sopravvive grazie alla libertà di scelta dei consumatori.
Fa riflettere, in questo contesto, il paradosso politico di un esponente della Lega, Gian Marco Centinaio, che si trova costretto a difendere il “Made in Sicily” dai palazzi romani, ricordando come le polpette di Catania siano un pezzo della storia della cucina italiana, Patrimonio dell’Umanità. Mentre la politica nazionale discute di divieti basati su sensibilità anglosassoni, il territorio rivendica il valore nutrizionale di una carne ricca di ferro biodisponibile, Omega-3 e proteine nobili, storicamente consigliata per bambini e sportivi.
La tradizione dei macellai equini a Catania affonda le radici in un passato di necessità e pragmatismo popolare. Storicamente, il consumo di carne di cavallo si diffuse massicciamente nel secondo dopoguerra, quando rappresentava un’alternativa più economica e nutriente rispetto ai tagli bovini, riservati alle classi agiate. Le “arrustuta” nate nei quartieri popolari come San Cristoforo e l’Angiò divennero rapidamente un momento di aggregazione sociale. I macellai catanesi hanno saputo nobilitare questo prodotto attraverso la creazione della celebre polpetta di cavallo, un impasto sapiente di carne macinata, pangrattato, parmigiano e aromi, che oggi rappresenta il simbolo indiscusso dello street food etneo. Questa evoluzione ha trasformato semplici botteghe di quartiere in vere e proprie istituzioni gastronomiche, rendendo Catania la capitale indiscussa del consumo equino in Italia, con una sapienza tecnica nella lavorazione della carne che si tramanda di padre in figlio da oltre un secolo.
Se oggi questa tradizione rischia di scomparire, la colpa è anche di una politica del passato che troppo spesso ha agito sull’onda dell’emotività o delle ideologie, trascurando la tutela delle economie reali dei territori. Come accaduto per la fuga dei giovani laureati – che vede il 32% dei talenti siciliani emigrare al Nord per mancanza di prospettive – o per la sanità che spinge gli anziani a curarsi fuori isola (i cosiddetti “nonni con la valigia”), anche sulla tavola la Sicilia rischia di subire decisioni calate dall’alto che ignorano il tessuto produttivo.
La sfida non è ignorare il benessere animale, ma cercare una sintesi che non sia una “scure” distruttiva per centinaia di piccole imprese. Cancellare per legge un rito millenario non renderebbe l’Italia più moderna, ma solo più povera, privando Catania di uno dei suoi simboli più autentici e trasformando via Plebiscito in una strada spenta e senza identità.