Galvagno: «Centrodestra diviso perde sempre»

«La tumbulata c’è stata, non nascondiamoci»

Gaetano Galvagno non gira intorno ai problemi. Il presidente dell’Ars, intervistato dal quotidiano La Sicilia, mette sul tavolo tutto quello che nel centrodestra siciliano si sussurra ma raramente si dice ad alta voce. La sconfitta alle ultime amministrative, gli egoismi interni, il silenzio di Forza Italia sulla ricandidatura di Schifani e, in chiusura, la frase più pesante: «La mia carriera è stata compromessa».

I numeri, dice Galvagno, non mentono. «La somma delle liste dà sempre un saldo positivo. In Sicilia siamo ancora maggioranza. Ma la “tumbulata” alle amministrative è stata forte. E non bisogna nascondersi dietro a un dito.» Il problema, però, non è aritmetico. È politico. E viene da dentro.

Egoismi, veleni e freno a mano tirato

A dicembre, durante i lavori sulla finanziaria all’Ars, Galvagno inviò un messaggio nel pieno della notte parlando di «odio» dentro la maggioranza. In molti pensarono a un’esagerazione. Oggi quella lettura sembra più lucida che mai.

«Ad Agrigento, a Bronte, c’era chi sembrava godesse più nel far perdere l’alleato che a vincere lui stesso. Siamo arrivati al voto con il freno a mano tirato. Piccoli egoismi. Voglia di fregare il partito accanto.» La diagnosi è netta. La terapia che propone è altrettanto radicale: riunire tutti i leader in una stanza, «magari in un convento», lasciare i telefoni fuori e parlarsi davvero. Niente comunicati, niente apprezzamenti di facciata. «Un confronto vero su programma, risorse, leadership. Chi è pronto, dentro il centrodestra siciliano, a cedere qualcosa per l’unità della coalizione?»

Luglio come spartiacque, e il silenzio di Forza Italia

Sul tema della crisi di governo Galvagno invita alla prudenza. Il governo Schifani ha appena completato un rimpasto. A luglio arriveranno in aula le variazioni di bilancio, primo vero disegno di legge governativo dopo il rimescolamento della squadra. Un test concreto. «Se passa senza problemi, la crisi può dirsi superata. Altrimenti sarà certificata. Sarà un bivio. Solo dopo si valutano altre dinamiche.»

Sul fronte della ricandidatura del presidente della Regione, quasi tutti i segretari regionali della coalizione si sono già espressi. Forza Italia, il partito dello stesso Schifani, ancora no. Galvagno non lo dice con indulgenza: «Forza Italia deve fare chiarezza. E sarebbe meglio che lo facesse anche a livello nazionale. Rafforzerebbe la posizione di Schifani.» Su Giorgio Mulè sorvola, definendolo «una straordinaria risorsa del centrodestra», e chiude il capitolo.

La Vardera e De Luca: previsioni senza incertezze

Su Ismaele La Vardera Galvagno è categorico. Non si candiderà da solo alle prossime regionali. «È un grande comunicatore, sottolineo comunicatore. Per ora dice che corre da solo. Lo fa per ingrossare le liste. Ma poi scenderà a patti con i leader nazionali e sosterrà un altro candidato. Se non lo facesse, si assumerebbe la responsabilità di regalare la vittoria al centrosinistra. E lui non può permetterselo.»

Su Cateno De Luca il ragionamento è diverso. A chi lo accusa di esserne il principale sponsor, Galvagno risponde senza imbarazzo: «Ha fatto il sindaco in quattro comuni, uno metropolitano. Con me ha sempre rispettato la parola data. Non ha mai tradito un impegno. E i numeri delle ultime elezioni dicono una cosa sola: l’appoggio di De Luca è l’unico modo per dormire sonni più tranquilli.»

«La mia carriera è stata compromessa»

È la dichiarazione che pesa di più. Arriva quasi in fondo all’intervista, dopo lunghi giri, ma arriva. L’accusa di corruzione a carico di Galvagno è stata archiviata. Resta in piedi quella di peculato. Il danno contestato, precisa lui citando la stima dell’Avvocatura dello Stato e non dei suoi legali, ammonta a 214 euro.

Nonostante questo, Galvagno non si candida. Almeno per ora. «Mi sento come la moglie di Cesare. Non basta essere onesti. Bisogna apparire irreprensibili. Finché non avrò chiarito tutto, non mi candido a niente.» Poi, senza più filtri: «Sì. La mia carriera è stata compromessa.»

Poteva diventare il più giovane presidente della Regione Siciliana della storia. Non lo sarà. L’unica consolazione, la offre lui stesso con un filo di autoironia: quel primato resterà a Piersanti Mattarella, che definisce «uno dei miei miti».

Niente Roma, niente seggio blindato. Galvagno si ricandiderà nel collegio di Catania. «Se prendo un voto in più del 2022, sono promosso. Altrimenti ne traggo le conseguenze.» L’obiettivo che si dà è uno solo, e lo formula in modo diretto: «Una visione. I fondi ci sono, a bizzeffe. Ma dobbiamo avere le idee chiare su quale Sicilia vogliamo costruire. Finora non abbiamo fatto una riforma degna di questo nome.»

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Redazione