
Sullo schermo, al Romano Palace di Catania, c’era scritto «Coltivare il futuro». È il titolo che Confagricoltura Catania ha dato alla sua assemblea generale, con un sottotitolo che elenca le priorità dell’agricoltura catanese, acqua, infrastrutture, giovani, redditività e semplificazione.
Sotto quella scritta, nella stessa sala, si sono dette due cose che sembrano appartenere a due Sicilie diverse. La prima è che l’Etna doc vuole diventare DOCG, il gradino più alto delle denominazioni italiane. La seconda è che ci sono agricoltori che durante la raccolta dormono in macchina per non farsi rubare il prodotto.
Sono vere tutte e due. Ed è per questo che quell’assemblea va raccontata per intero, non solo per la parte bella.
La richiesta è già stata deliberata a giugno dall’assemblea del Consorzio Etna doc. Da lì in avanti la strada è lunga, perché il disciplinare si stringe e i controlli aumentano. Ed è esattamente il punto, un vincolo più severo vale come garanzia per chi produce e come barriera per chi vorrebbe imitare senza averne il territorio. Il vino del vulcano vive una stagione che vent’anni fa nessuno si aspettava. Nerello Mascalese, Carricante, i rosati. Reggono il confronto con i grandi internazionali e trascinano un enoturismo che ha ancora spazio davanti a sé. Al tavolo, moderato da Mario Barresi, ne hanno discusso Francesco Cambria per il Consorzio, Aurora Ursino per gli agronomi e Mariagrazia Barbagallo per i sommelier, con l’introduzione del presidente di Confagricoltura Catania Giosuè Arcoria.
Il confronto è poi proseguito con un secondo panel, sempre moderato da Barresi. Attorno allo stesso tavolo il presidente regionale di Confagricoltura Sicilia Rosario Marchese Ragona, l’assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino, l’onorevole Giuseppe Castiglione membro della Commissione Agricoltura e il capo Dipartimento del ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Marco Lupo.
Ed è con l’intervento di Marchese Ragona che il tono è cambiato. Uva e arance spariscono dai campi e ricompaiono il giorno dopo sui banchetti abusivi lungo le strade principali. Sempre gli stessi tre o quattro punti, per tutta la stagione, senza documenti e senza tracciabilità.
Il danno economico si capisce da solo. Quello che si capisce meno è il resto. Un campo trattato ha tempi di carenza da rispettare, tre o quattro giorni prima di poter raccogliere. Se il furto avviene di notte e la vendita la mattina dopo, quel tempo non esiste più. Chi si ferma a comprare paga meno proprio perché nessuno ha controllato niente, e in un tempo di rincari la voce su cui si prova a risparmiare finisce per essere il cibo.
Sammartino è arrivato da Licata, dove si stava occupando dei problemi della pesca, e ha fatto una cosa che agli amministratori riesce di rado. Ha messo i risultati e le crepe dentro lo stesso discorso.
I risultati li ha elencati senza timidezza. La Sicilia ha chiuso la programmazione 2014-2020 con il 99,92 per cento di spesa, ed è oggi la regione più virtuosa fra le grandi sull’attuale ciclo comunitario. Gli ultimi bandi per gli investimenti hanno raccolto un miliardo e 300 milioni di richieste a fronte di circa 200 milioni messi a disposizione, con le graduatorie provvisorie pubblicate in meno di un mese e mezzo. Sono stati fatti partire i cantieri dei 31 progetti fermi a zero del Pnrr, recuperati sul Fondo sviluppo e coesione.
Poi le crepe, e qui l’assessore ha parlato con una franchezza che non si sente spesso. L’agricoltura siciliana lavora con la metà delle risorse comunitarie di prima, si è passati da tre miliardi a un miliardo e mezzo. Gli uffici regionali hanno personale ridotto e, ha ammesso, a volte nemmeno motivato, tanto che i target di spesa sono stati centrati grazie a pochi dipendenti virtuosi. E c’è l’acqua, il nodo che torna sempre. La Piana di Catania è irrigata da un sistema progettato per un terzo degli agricoltori che oggi ne dipendono, mentre le aziende sono triplicate, e in trent’anni nessuno ha programmato niente di adeguato.
Sul gasolio agricolo è stato altrettanto netto. Lo sgravio non potrà essere sostenuto all’infinito dal governo nazionale, e a un certo punto l’Italia dovrà decidere se uscire dalle regole di finanza pubblica che l’Europa impone, oppure rassegnarsi a vivere di proroghe mensili.
Sulla sicurezza Sammartino ha annunciato una misura dedicata alle aziende agricole nella prossima manovra, costruita con la prefettura di Catania e il tavolo per la sicurezza pubblica. Ma ha aggiunto che prima di quella serve uno sforzo culturale, e che il primo ostacolo sta dentro il settore. Molti agricoltori, per diffidenza, non denunciano i furti. Senza denunce le forze dell’ordine non hanno nemmeno la misura reale del fenomeno.
Ha smontato anche una semplificazione comoda, quella sui giovani. Il premio di primo insediamento non è la risposta che i ragazzi siciliani stanno cercando. Il problema vero è la manodopera, trovare chi pota, chi lega, chi raccoglie. Su questo ha annunciato un percorso con le prefetture per governare i flussi migratori insieme alla formazione dentro le aziende.
A chiudere i lavori il presidente nazionale di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, che a Bruxelles guida anche il Copa. «Senza reddito per un imprenditore non c’è futuro, e penso soprattutto ai giovani». Sulla manodopera ha aggiunto il lato che di solito resta fuori dal dibattito, «non c’è solo il caporalato, c’è anche un problema per gli imprenditori onesti ingessati dalla burocrazia». Poi l’allargamento all’Europa, che in un mercato senza barriere si ritrova a competere con agricoltori dall’altra parte del mondo. La ricetta, cambiare visione e accompagnare le imprese su innovazione, tecnologia e ricerca.
C’è però una parte del discorso di Sammartino che vale più di tutte le cifre messe in fila. Negli ultimi anni gli agricoltori siciliani hanno preso addosso di tutto. Il caldo eccessivo, la siccità che ha prosciugato gli invasi, poi il ciclone che si è abbattuto sulle campagne. E in queste settimane gli incendi, che con temperature simili non accennano a fermarsi. I contributi delle fasi emergenziali, ha ammesso lo stesso assessore, non risolvono il problema, alleviano le ferite.
Eppure quegli stessi uomini e quelle stesse donne, poche settimane dopo, si ritrovano a portare il loro prodotto nelle fiere internazionali. L’export cresce. Nel 2026 gli occupati in agricoltura nell’isola sono aumentati del dieci per cento. Il Pil del Mezzogiorno si muove anche grazie a loro.
Non lo scrivo per fare retorica. Quella è una scelta che qualcuno rifà ogni mattina, con la sveglia prima dell’alba e una terra che non perdona niente. Dietro ogni azienda ci sono fatica e testardaggine, e un legame con il proprio pezzo di terra che nei numeri non si vede.
Giuseppe Castiglione ha ricordato da dove si parte. C’è stato un tempo in cui i diritti d’impianto dell’Etna si vendevano per due milioni di lire e si rivendevano in Veneto per duecento. Chiudere quel mercato, e insieme investire sulla ricerca nei vitigni autoctoni, è la ragione per cui oggi si può parlare di DOCG. In sala c’era anche Dario Cartabellotta, che quella stagione l’ha attraversata da protagonista. Oggi il tema ritorna, perché il clima cambia e vitigni coltivati da secoli reggono meno di prima.
Dal ministero, Marco Lupo ha portato i numeri buoni, l’export agroalimentare a 73 miliardi e nove miliardi di Pnrr distribuiti su 43mila progetti.
Una denominazione si può ottenere. Un disciplinare si può scrivere. Ma nessun marchio, per quanto alto, tiene in piedi un settore in cui rubare in un campo resta più semplice che coltivarlo.
La DOCG è una scommessa giusta e va sostenuta. A patto di ricordare che quel bicchiere pagato caro a Londra o a New York nasce da gente che dorme in macchina per non farsi portare via il raccolto, e che l’indomani mattina torna in campagna lo stesso.
Coltivare il futuro, c’era scritto sullo schermo. Il futuro lo stanno già coltivando loro. Il minimo che si può fare è non lasciarli soli.