
Novemila magistrati al voto. Oggi e lunedì le toghe italiane scelgono i venti componenti togati del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo che governa la vita professionale di chi amministra la giustizia. Un appuntamento che passa quasi sotto silenzio fuori dai palazzi di giustizia, ma che merita attenzione, perché racconta una categoria che continua a interrogarsi, a mettersi in discussione e a cercare il modo migliore di servire il Paese.
Il Csm è l’organo di autogoverno dei giudici. Decide le nomine, i trasferimenti, le promozioni, i procedimenti disciplinari. Il fatto stesso che siano i magistrati a scegliere i propri rappresentanti, con un voto libero e partecipato, è una garanzia di indipendenza. È il segno di una magistratura che risponde a sé stessa e alla Costituzione, non al potere politico di turno. Una conquista che in molti Paesi non esiste e che vale la pena difendere.
Il voto di questi giorni arriva dopo mesi di dibattito acceso sulla separazione delle carriere e sul referendum per la Giustizia. Discussioni legittime, che fanno parte della vita democratica. Alla fine la struttura del consiglio è rimasta quella di sempre, e si vota con il sistema misto disegnato dalla riforma Cartabia: quattordici seggi con il maggioritario e sei con il proporzionale, per bilanciare la rappresentanza tra giudici e pubblici ministeri. Sessantaquattro i candidati, segno di una partecipazione ampia e di un confronto vivo tra sensibilità diverse.
In questo quadro la Sicilia porta con orgoglio i suoi nomi. Cinque magistrati dell’isola, più un sesto d’adozione, si giocano un posto nel nuovo consiglio. A Catania c’è Daniela Monaco Crea, giudice, candidata con Unicost e unica donna siciliana in campo. Da Messina si presenta Ugo Scavuzzo per Magistratura Indipendente, lo stesso gruppo del palermitano Giulio Corsini. Area, l’ala progressista, schiera il pm di Palermo Gianluca De Leo, impegnato nelle indagini sui fiancheggiatori della latitanza di Matteo Messina Denaro. C’è poi Gaetano Bono, sostituto procuratore generale di Caltanissetta e origini siracusane, tra i più accreditati, autore di due libri sulla separazione delle carriere. E infine Fabio Regolo, pm a Reggio Calabria ma catanese d’adozione, candidato con l’alleanza tra Magistratura Democratica e la Rete autogoverno diffuso.
Una rappresentanza che racconta la forza della magistratura siciliana, da sempre in prima linea nelle inchieste più delicate del Paese. Chi lavora in una terra segnata dalla lotta alla mafia porta con sé un bagaglio di esperienza, coraggio e dedizione che al Csm può fare la differenza. Non è un caso che tra i candidati ci siano magistrati impegnati su fronti decisivi come le indagini legate a Messina Denaro. Sono uomini e donne che ogni giorno rinunciano a una parte della propria libertà personale per garantire la nostra.
Vale la pena ricordarlo, soprattutto in un tempo in cui è facile cedere alla sfiducia. La magistratura italiana ha attraversato momenti difficili, ha conosciuto errori e ferite, e li ha affrontati senza nasconderli. Ma è anche la stessa magistratura che ha dato al Paese figure come Falcone e Borsellino, che ha pagato con la vita la lotta alla criminalità, che continua a lavorare nel silenzio per far rispettare la legge. Ridurre tutto ai casi che finiscono sui giornali significa dimenticare le migliaia di magistrati che fanno bene il loro dovere, lontano dai riflettori.
Elezioni come queste servono proprio a questo. A rinnovare, a dare spazio a nuove energie, a scegliere chi guiderà la categoria nei prossimi anni. È un esercizio di democrazia interna che rafforza l’istituzione e, con essa, la fiducia dei cittadini. Perché una giustizia credibile non è solo quella che punisce i colpevoli, ma quella che sa rinnovarsi, ascoltare e migliorarsi.
I risultati sono attesi entro la fine della settimana. Mercoledì toccherà al Parlamento eleggere i dieci membri laici, riunito in seduta comune a Montecitorio dalle 16.30.
Su quel fronte la partita è ancora aperta. I termini per le candidature sono stati riaperti, ma soltanto per le donne, che possono presentarsi entro le dieci di lunedì. Passata quella scadenza serviranno le firme di almeno dieci parlamentari appartenenti ad almeno due gruppi diversi. E per essere eletti occorre la maggioranza dei tre quinti, quindi senza un’intesa tra le forze politiche non si chiude.
Comunque vada, il messaggio che arriva da queste giornate è incoraggiante. La magistratura italiana è viva, partecipa, sceglie. E a una magistratura che continua a credere in sé stessa, i cittadini possono e devono continuare ad affidare la propria fiducia.