
Il dato arriva da una piattaforma di prenotazioni, eDreams, e ha il sapore di una conferma più che di una sorpresa: per l’estate 2026 Catania è la seconda meta italiana raggiungibile in aereo, dietro la sola Olbia, e la quarta in assoluto in Europa, alle spalle di Barcellona e Ibiza. Numeri costruiti sulle prenotazioni dei primi cinque mesi dell’anno, certo parziali, ma sufficienti a dire una cosa semplice: il mondo ha voglia di Sicilia, e ha scelto Catania come una delle sue porte d’ingresso.
Sarebbe però riduttivo leggere questo primato solo con la calcolatrice dei flussi turistici. Dietro la posizione in graduatoria c’è una città che da anni ha smesso di essere una semplice tappa di passaggio verso le spiagge o verso l’Etna, ed è diventata una destinazione in sé. I francesi, gli spagnoli, i tedeschi che atterrano a Fontanarossa non vengono soltanto per il mare. Vengono per qualcosa di più difficile da mettere in una statistica: un modo di stare al mondo.
E quel modo di stare al mondo, a Catania, comincia quasi sempre dalla tavola. Qui il cibo non è un contorno della vacanza, è il racconto stesso della città. C’è la pasta alla Norma, omaggio gastronomico a Vincenzo Bellini, con le melanzane fritte e la ricotta salata grattugiata sopra come neve sull’Etna. C’è l’arancino, rigorosamente al maschile e a punta, che a Catania si difende con orgoglio campanilistico. C’è la granita di mandorla o di gelsi con la brioche col tuppo, colazione che vale da sola un viaggio. E c’è il cibo di strada della Pescheria, “a Piscaria”, il mercato che ogni mattina, sotto Piazza Duomo, mette in scena un’opera lirica di voci, ghiaccio e pesce appena pescato.
Ma Catania non è solo ciò che si mangia. È una città scolpita due volte: dalla lava e dal Settecento. Dopo il terremoto del 1693 fu ricostruita in pietra lavica e calcare, in quel barocco che le è valso, con il Val di Noto, il riconoscimento dell’Unesco. Basta percorrere via Crociferi all’ora giusta, quando il sole accende le facciate delle chiese, o fermarsi in Piazza Duomo davanti all’elefantino di pietra, “u Liotru”, simbolo affettuoso e un po’ magico di una città che ha imparato a convivere con il vulcano. Perché l’Etna, qui, non è uno sfondo da cartolina: è “a Muntagna”, una presenza viva, che incombe e protegge, che a volte spaventa e sempre nutre i suoi terreni.
Forse è questa la vera ragione di tutte quelle prenotazioni. Catania non si mette in posa, non recita la parte della cartolina perfetta. È schietta, a tratti ruvida, generosa fino all’eccesso. Ti accoglie come accoglie un parente che torna dopo tanto tempo: senza cerimonie, ma con la tavola già apparecchiata. E quando arriva l’estate, con il mare di San Giovanni Li Cuti che si infrange sugli scogli neri e il profumo della granita che esce dai bar, capisci che certe classifiche, in fondo, non fanno che mettere un numero su un sentimento. Il numero, quest’anno, dice secondo posto in Italia. Il sentimento, per chi Catania la conosce davvero, dice molto di più.