
Non solo “minnuzze”: il sapore della festa è affumicato e salato. Dalla “Calia” araba al rito del panino equino, ecco cosa mangiano i devoti per resistere alle lunghe notti della processione.
Il “carburante” del cordone: perché si mangiano ceci tostati e semi di zucca? E il torrone che “corre” insieme al fercolo. Viaggio nello street food agatino.
Se il profumo spirituale della festa è quello dell’incenso e della cera, il suo sapore terreno è decisamente più robusto. Chiunque abbia partecipato alla processione conosce l’odore inconfondibile che permea le strade, un misto di brace e zucchero caramellato. Il vero “carburante” dei catanesi, necessario per affrontare le ore interminabili al seguito della Santa, è il binomio “Calia e Simenza”. Non è un semplice snack, ma un rito di attesa: la calia (ceci tostati) deve il suo nome al termine arabo “qali” (arrostire) o al latino “calere” (essere caldo), mentre la simenza sono i semi di zucca essiccati e salati. La leggenda popolare vuole che consumarli sia quasi un obbligo devozionale: un modo per “ingannare il tempo” e mantenere la mandibola in allenamento durante le lunghe soste del fercolo.
Mentre i devoti in saio bianco tirano il cordone, ai margini della strada va in scena un altro spettacolo: la preparazione del torrone in diretta. I maestri torronai lavorano la pasta di mandorle e zucchero su banchi di marmo roventi, tagliandola al volo mentre la folla preme. Spesso questo dolce viene chiamato “cumpittu” (confetto) o torrone “di Sant’Agata” proprio perché la sua produzione raggiunge picchi vertiginosi in questi giorni, diventando il regalo classico da portare a casa a chi non è potuto scendere in piazza.
Ma quando la fame si fa sentire davvero, soprattutto nelle ore notturne tra il 4 e il 5 febbraio, Catania si trasforma in una gigantesca griglia a cielo aperto. È il momento del rito di Via Plebiscito e del panino con la carne di cavallo. Qui, tra il fumo denso degli “arrusti e mangia” che si mescola a quello dei ceri votivi, si consuma il pasto più verace della festa: polpette o fettine di equino, cotte rigorosamente sulla brace in strada, spesso condite con il “salmoriglio” (olio, limone, origano). Una tradizione che affonda le radici nella cultura popolare del quartiere e che rappresenta, in modo quasi tribale, la forza e la resistenza necessarie per onorare la Patrona fino all’alba.