
L’amministrazione Trump ha annunciato il progetto di trasmettere in diretta l’esecuzione per fucilazione del militare condannato per la strage di Fort Hood del 2009. La pena di morte avrebbe dunque anche un pubblico, collegato per assistere all’uccisione di un uomo nelle mani dello Stato. Mi domando che cosa dovrebbe aggiungere una telecamera a una condanna già pronunciata.
Chi sostiene la pena capitale può ritenere che mostrare la punizione serva a scoraggiare altri crimini. È un argomento da affrontare, soprattutto davanti a un delitto gravissimo. Vorrei però che si spiegasse quale necessità di sicurezza imponga di trasmettere un’esecuzione e quale beneficio concreto ne ricaverebbero i cittadini.
Sono contrario alla pena capitale anche quando la colpevolezza è accertata e il delitto provoca un orrore comprensibile. Credo che proprio in quei casi si misuri la capacità delle istituzioni di rispettare un limite, quando sarebbe più facile assecondare la rabbia.
Chiedere una pena severa è legittimo, come pretendere che chi ha ucciso venga messo nelle condizioni di non nuocere più. Alle famiglie delle vittime dobbiamo rispetto, senza impartire lezioni sul perdono o prescrivere come dovrebbero vivere il proprio dolore. Nessuno può pretendere di decidere al loro posto.
La responsabilità della pena appartiene però allo Stato, che deve rispondere delle proprie scelte anche quando incontra il consenso di una parte dell’opinione pubblica. Una condanna può essere giusta senza arrivare all’uccisione del condannato. La fermezza di un’istituzione si misura anche nella capacità di fermarsi.
Leone XIV ha ribadito che la pena di morte «è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona». Nel messaggio il Papa non ha citato l’esecuzione annunciata dall’amministrazione americana. La sua posizione riguarda il principio, senza eccezioni costruite intorno al singolo caso.
Condivido questo punto anche al di fuori di una prospettiva religiosa. La dignità umana vincola il potere pubblico nel trattamento di chi ha commesso un crimine, mentre la gravità della colpa resta intera, insieme all’obbligo di risponderne.
Difendere quel limite significa accettare la parte più difficile di un principio. È facile riconoscere diritti a chi stimiamo. Farlo per una persona della quale condanniamo le azioni richiede una convinzione più solida, capace di resistere anche alla ripugnanza che quelle azioni suscitano.
Grazie a Dio, in Italia la Costituzione vieta la pena di morte. Considero quel divieto una conquista civile, da difendere anche quando la gravità di un delitto mette alla prova le nostre convinzioni.
L’articolo 27 stabilisce «Non è ammessa la pena di morte». Dal 2007 è stata eliminata anche l’eccezione che riguardava le leggi militari di guerra. Lo stesso articolo impone che le pene rispettino il senso di umanità e tendano alla rieducazione del condannato.
A questa garanzia si aggiunge il Protocollo n. 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ratificato dall’Italia, che vieta la pena capitale in ogni circostanza. Un governo italiano non potrebbe quindi disporre un’esecuzione rispettando il nostro ordinamento, né basterebbe una legge ordinaria per autorizzarla.
Sono vincoli precisi al potere di punire. La loro utilità diventa evidente proprio quando qualcuno commette un crimine atroce e la richiesta di vendetta trova consenso.
Il presidente dei vescovi americani, Paul Stagg Coakley, ha condannato esplicitamente il progetto della diretta. L’obiezione riguarda anche la scelta di trasformare un atto dello Stato in un evento da guardare.
Una trasmissione consentirebbe di assistere all’esecuzione. Da quella visione non deriverebbe, da sola, alcuna comprensione del processo o delle ragioni della pena. Sullo schermo finirebbe il momento dell’uccisione, offerto a un pubblico che potrebbe guardarlo da casa.
All’amministrazione Trump dovrebbe rinunciare alla diretta e di riconsiderare il ricorso alla pena capitale. Un condannato già detenuto deve essere custodito e messo nelle condizioni di non nuocere. Per adempiere a quel compito, lo Stato dispone di un carcere. La telecamera può restare spenta.