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Sanremo 2026 canzoni anteprima: le pagelle dei brani e le anticipazioni

Un Festival nel segno del grande presentatore catanese: ecco le prime impressioni sui brani dopo il pre-ascolto della stampa.

Non ci saranno celebrazioni retoriche, ma la sua essenza permea ogni angolo dell’Ariston. Pippo Baudo, scomparso lo scorso agosto, è la figura tutelare di questo Sanremo 2026. Lo ha chiarito subito il direttore artistico Carlo Conti, sottolineando come l’architettura stessa della kermesse sia figlia dell’intuizione del conduttore catanese: unire la nazione attraverso un racconto nazionalpopolare che intreccia musica e televisione. «Tutto il Festival sarà nel suo solco», ha confermato Conti, evidenziando un’eredità che sopravvive al tempo.

Nel frattempo, la macchina organizzativa ha acceso i motori con il rito del pre-ascolto dei brani riservato alla stampa. Quello che ne esce è un affresco dell’Italia contemporanea segnato da fragilità emotive e inquietudini diffuse. Le canzoni in gara sembrano prediligere l’introspezione: ballate, sonorità urban e suggestioni elettroniche si mescolano in un calderone dove l’amore romantico tradizionale lascia spazio a sentimenti più sfaccettati e complessi. «Ci sono canzoni d’amore, ma forse meno storie di amore uomo-donna e più sentimenti in generale», ha precisato Conti.

Sullo sfondo rimangono le tensioni geopolitiche che inevitabilmente toccano l’Eurovision Song Contest. La partecipazione del vincitore di Sanremo all’evento europeo non è scontata e la Rai sta monitorando la situazione con le case discografiche: «Faremo un sondaggio durante il Festival», ha annunciato Claudio Fasulo, mentre sul fronte del conflitto in Palestina il servizio pubblico invita a «di non chiudere gli occhi».

Le pagelle del primo ascolto: promossi e rimandati

Dall’analisi dei brani emerge un quadro variegato, tra conferme e occasioni mancate. Ecco come suonano i protagonisti di questa edizione.

Arisa convince con Magica favola. Pur non dichiarandosi autobiografico, il pezzo lo è nell’anima, sorretto da una voce solida che fa la differenza. Discorso diverso per le Bambole di Pezza con Resta con me: il gruppo sembra aver smarrito la verve punk per un pop rock annacquato, indebolendo il messaggio femminista. Delude anche Dargen D’Amico; la sua Ai ai gioca con l’Intelligenza Artificiale ma, nonostante l’arguzia verbale, resta al di sotto degli standard a cui ci ha abituati.

Tra le note positive c’è l’ironia di Ditonellapiaga. La sua Che fastidio è un elenco ritmato di mali sociali che si candida a diventare un tormentone difficile da scacciare. Per la Generazione Z, Eddie Brock offre con Avvoltoi una filastrocca sull’amicizia che sfuma nell’amore, perfetta per il target che ha premiato Olly l’anno scorso. Al contrario, Elettra Lamborghini porta con Voilà un pezzo che si salva solo per l’omaggio alla Carrà, risultando per il resto superfluo.

Enrico Nigiotti presenta Ogni volta che non so volare, un flusso di coscienza firmato anche da Pacifico che però rende meglio sulla carta che all’ascolto. Ambizioso ma non del tutto riuscito il tentativo di Ermal Meta: Stella stellina tocca il tema della Palestina, ma l’arrangiamento world music di Dardust rischia di depotenziarne l’impatto emotivo. Funziona invece l’accoppiata Fedez e Marco Masini in Male necessario: un dialogo equilibrato tra fragilità e forza, dove Masini domina l’esecuzione vocale e Fedez il testo.

Francesco Renga con Il meglio di me fa il suo compito senza guizzi, mentre Fulminacci rassicura i fan con Stupida sfortuna, impreziosita da una strofa molto lucida: “E passeranno classifiche e Sanremi”. J-Ax tenta la carta country-satirica con Italia starter pack, ma la forma vacilla nonostante il testo fotografico. Appare poco necessaria la presenza di LDA / Aka 7even con Poesie clandestine, un mix ibrido tra reggaeton e neomelodico.

Tra le voci femminili, Levante spicca con Sei tu: voce potente e testo profondo sul desiderio. Meno a fuoco Malika Ayane, che con Animali notturni si tuffa in un sound anni Ottanta che non la valorizza appieno, e Serena Brancale, tecnicamente ineccepibile ma un po’ manieristica. Mara Sattei porta una ballad orchestrale, Le cose che non sai di me, forse troppo classica per il 2026. La quota “divina” è presidiata da Patty Pravo con Opera: la canzone scritta da Caccamo è un abito su misura per un’artista che va solo applaudita.

Interessanti le quote “autorali”: Maria Antonietta e Colombre convincono con La felicità e basta, seguendo il solco tracciato dai Coma_Cose, mentre Tredici Pietro sorprende con Uomo che cade, un testo maturo che bilancia rap e melodia. Luché porta la napoletanità introspettiva con efficacia, mentre Sal Da Vinci punta dritto al televoto con un brano che dividerà il pubblico.

Chiudono il cerchio brani che faticano a lasciare il segno come quello di Leo Gassmann (prevedibile), Michele Bravi (troppo carico di angoscia), Raf (classico ma con dubbi sulla resa live), Samurai Jay (dimenticabile) e Tommaso Paradiso, che con I romantici rimane ancorato a una nostalgia anni ’80 ormai satura. Una menzione di merito va all’inaspettato Sayf con Tu mi piaci tanto: un pezzo che cresce e svela riferimenti sociali intelligenti.

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Redazione