
Silvio Berlusconi
Il giudice per le indagini preliminari di Firenze ha disposto l’archiviazione del fascicolo sulle stragi mafiose del 1993 che vedeva coinvolti Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, ponendo fine a tre decenni di accertamenti giudiziari. Il provvedimento conferma l’assenza di elementi concreti per sostenere l’accusa di un loro coinvolgimento.
Trent’anni di indagini e sei archiviazioni hanno portato il gip di Firenze a chiudere nuovamente l’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose. Le posizioni di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri restavano diverse: per Dell’Utri gli accertamenti riguardavano il possibile ruolo dei suoi rapporti con ambienti mafiosi nella stagione delle stragi; per Berlusconi, invece, il punto centrale era la verifica di presunti legami con Cosa Nostra. Legami che il giudice ha ritenuto non sufficientemente provati, facendo così venir meno anche le ipotesi di un coinvolgimento nella strategia stragista.
L’archiviazione non è un’assoluzione nel senso tecnico del termine. Non c’è stato un processo, non c’è stata una sentenza. C’è stata un’indagine che non ha trovato quello che cercava. Il gip è chiaro: il quadro indiziario su Dell’Utri è definito «significativo», ma non abbastanza da «formulare una ragionevole previsione di condanna». Su Berlusconi, pur non essendo stati accertati legami diretti con Cosa Nostra, si parla di «soggetti in possesso di notizie estremamente riservate». Un documento pieno di omissis, che lascia aperte domande su altre indagini in corso. Non è una pagina chiusa del tutto. Ma è una pagina che si chiude, almeno per questa parte.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Non nella decisione del gip, che ha fatto il suo lavoro. Non nell’apertura dell’indagine, che il procuratore Tescaroli difende con parole precise: «Tutto ciò che è stato fatto, era doveroso fare.» Un pm apre un’indagine di fronte a specifici elementi, su singole persone, in applicazione della Costituzione. È così che funziona. Deve funzionare così. Quello che è sbagliato è il tempo. Trent’anni sono un’eternità nella vita di un essere umano. Sono quasi tutta una carriera politica. Sono una condanna senza processo, portata avanti giorno per giorno attraverso il sospetto pubblico, le campagne di stampa, il peso di un’accusa infamante.
Marina Berlusconi lo dice con toni accesi, ma il punto che solleva ha una sua logica: il decreto di archiviazione risale a gennaio. Si è saputo solo adesso. Viene da chiedersi, dice lei, se l’esito fosse stato opposto quanto tempo avremmo impiegato a leggerlo sui giornali. È una domanda scomoda. Ma è una domanda legittima.
Silvio Berlusconi è stato uno degli uomini più discussi della storia politica italiana. Fondatore di Forza Italia nel 1994, ha costruito un partito su valori precisi: liberalismo economico, anticomunismo, atlantismo, europeismo moderato, garantismo. Un partito che ha raccolto il consenso di milioni di italiani che in quegli anni avevano visto dissolversi i vecchi punti di riferimento – i socialisti, alcune correnti democristiane – e cercavano qualcosa di nuovo. Qualcosa che parlasse di impresa, di libertà individuale, di Stato meno invasivo.
Quella storia è complicata. Berlusconi ha governato più volte, con risultati discussi. Ha avuto conflitti di interesse mai risolti tra il suo ruolo di imprenditore e quello di statista. Ha attraversato decine di processi, alcuni finiti con condanne, altri con assoluzioni. È stato una figura polarizzante come poche nella storia repubblicana: chi lo amava, lo amava senza riserve; chi lo combatteva, lo combatteva con la stessa intensità. Ma una cosa è certa: accusarlo di aver avuto contatti con la mafia era un’accusa di una gravità assoluta. Non una delle tante inchieste che lo hanno riguardato. Un’accusa che, se provata, avrebbe riscritto la storia del Paese. Non è stata provata. E chi porta avanti ancora oggi quella narrazione senza tener conto di questa archiviazione – la sesta – fa un torto alla verità.
Osservando da fuori quello che sta succedendo dentro Forza Italia, viene spontaneo chiedersi cosa succederà nei prossimi anni. Il partito che Berlusconi ha fondato e tenuto in piedi con la forza della sua personalità si trova oggi in una fase delicata. Antonio Tajani fa il suo lavoro di segretario con serietà. Ma è Marina Berlusconi a sembrare sempre più la voce più autorevole, quella che quando parla viene ascoltata davvero. Prima da imprenditrice. Ora sempre più da protagonista politica in senso lato.
L’idea di vederla alla guida del partito che suo padre ha fondato non è così remota come potrebbe sembrare. Avrebbe un vantaggio che pochi hanno: la credibilità che viene dall’appartenenza alla storia del centrodestra italiano senza esserne mai stata consumata dalla politica quotidiana. Potrebbe portare una visione diversa, più orientata all’impresa e meno alle logiche correntizie che spesso bloccano i partiti dall’interno. Ma c’è un tema più grande, che riguarda non solo Forza Italia ma tutto il centrodestra e in generale la politica italiana. La distanza dai territori. La sensazione che i partiti parlino sempre più tra di loro e sempre meno con le persone. Che i temi della giustizia, pur importanti, siano diventati un campo di battaglia permanente mentre i problemi reali delle comunità – il lavoro, i servizi, le infrastrutture, la sanità nelle zone periferiche – restano in secondo piano.
Forza Italia ha avuto, nella sua storia migliore, una capacità di radicamento locale che oggi fatica a ritrovare. Il liberalismo che predicava parlava anche di autonomia dei territori, di sussidiarietà, di Stato che si fa da parte quando la società civile può fare meglio. Sono valori che hanno ancora un senso. Ma vanno declinati su problemi concreti, non usati solo come argomenti nei talk show.
Trent’anni di polemiche sulla magistratura hanno lasciato un segno. Il dibattito sulla giustizia in Italia è diventato sempre più uno scontro ideologico e sempre meno una discussione seria su come migliorare un sistema che ha bisogni reali di riforma. I tempi dei processi sono lunghi. La certezza della pena è spesso un’illusione. I diritti degli imputati andrebbero tutelati meglio. Questi sono problemi reali che meritano risposte reali. Lo ha dimostrato anche l’ultimo referendum sulla giustizia: i cittadini si sono espressi, il quorum non è stato raggiunto, ma il dibattito ha mostrato quanto il tema sia sentito e quanto le posizioni siano distanti.
Delegittimare sistematicamente chi indaga e chi giudica non risolve nessuno di questi problemi. Non perché i magistrati siano al di sopra di ogni critica. Ma perché un sistema giudiziario che perde credibilità agli occhi dei cittadini perde anche la sua funzione essenziale: garantire che le regole valgano per tutti, piccoli e grandi, potenti e senza potere. L’archiviazione di Firenze è una notizia. È una buona notizia per Dell’Utri e per la memoria di Berlusconi. Ma non è la fine di tutte le domande sulle stragi del ’92 e del ’93. Quelle domande restano aperte. E meritano ancora risposte.