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Festa dell’Europa e futuro dell’Ue: ora o mai più

di :: pubblicato il 09 maggio 2021 08:42 :: aggiornato il 10 maggio 2021 14:48

Festa dell’Europa e futuro dell’Ue: ora o mai più

Il Parlamento di Strasburgo, chiuso da oltre un anno alla sua funzione principale, che è quella di ospitare le sedute plenarie, sarà quest’oggi teatro delle celebrazioni per la festa dell’Europa. Ricorrenza che cade il 9 maggio, per festeggiare il giorno -del 1950 - della dichiarazione dell’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman, il quale, come è noto, gettò le basi per quella che nel 1951 sarebbe diventata la CECA. Mettere a fattore comune la produzione di carbone e acciaio in un terreno oggetto di numerosi e sanguinosi scontri tra Francia e Germania, come quello relativo alla zona di confine del bacino della Ruhr, dell’Alsazia e della Lorena, peraltro in cui insiste la stessa Strasburgo, è stata l’idea geniale che avrebbe condotto agli oltre settant’anni di pace cui abbiamo assistito nella storia europea recente. Il ‘compleanno’ ricorre per il secondo anno consecutivo durante una pandemia dalle dimensioni globali, la più grande crisi emergenziale con cui tutti i paesi e governi del mondo si sono dovuti confrontare, con alterne fortune, proprio dal secondo dopoguerra ad oggi. Seconda guerra mondiale che, malgrado tutto, aveva dato il là al sogno dei padri fondatori, la scintilla per una ricostruzione unitaria, da costruire sulle macerie belliche.

Oggi, non potendo accogliere fisicamente i cittadini, come sempre fatto in occasione degli open days, viene simbolicamente lanciata dalle istituzioni europee la ‘conferenza sul futuro dell'Europa’ , un’iniziativa che parte dal basso, fatta di dialoghi, di dibattiti, di contributi che possono essere inviati da tutti i cittadini, al fine di disegnare il volto dell’Unione Europea di domani. È evidente che ci troviamo dinanzi a un bivio storico: il ritorno ai nazionalismi da un lato, e una spinta propulsiva verso un’Unione europea diversa, non meramente intergovernativa o di coordinamento, dall’altro.

Di sicuro la pandemia ha trovato le istituzioni europee impreparate, ma ha anche messo a nudo le deficienze dei singoli Stati membri. Nessuno aveva dei piani di prevenzione che potessero definiti tali, ed è stata dimostrata appieno la fragilità del mondo occidentale, che tutti pensavano diverso, e più forte. Ma non tutti i mali giungono per nuocere, spesso anzi inducono ad una riflessione. E sembra essere questo il momento della riflessione per il vecchio continente. Delle due l’una: o la conferenza sul futuro dell'Europa si rivelerà un esercizio sterile, che culminerà nella creazione di eventi, webinar e seminari autoreferenziali, o verrà usata per cambiare davvero ciò che la crisi ha reso più che mai evidente, e cioè che i risultati che la politica ha prodotto fino ad oggi non sono sufficienti.

A partire dalla globalizzazione sfrenata, dalla delocalizzazione, che ha condotto ad una situazione di dipendenza da paesi extra-Ue in comparti produttivi strategici, fino al disagio economico e sociale vissuto in molte regioni europee. Cambiare si può. E lo dobbiamo ai nostri giovani, a quelle future generazioni richiamate nel più grande piano di investimento dell’epoca recente, quel Next Generation Eu, di cui fa parte il famoso recovery fund, che potrà dar vita allo sviluppo dei territori, portare innovazione e fare da volano alla ripresa economica o che potrà, invece, trasformarsi in un grande debito che graverà sui nostri figli e sui nostri nipoti. A noi decidere se farne una chance irripetibile, o un’occasione persa. E magari, in mezzo a tante vittime e tanto dolore, e dopo aver destabilizzato equilibri e sicurezze, il covid-19 potrà anche portare qualcosa di positivo in Europa, oltre ad un nuovo- necessario- modo di pensare la nostra società e le nostri abitudini: il completamento del sogno dei padri fondatori dell’Unione europea. In mancanza, temo ne vedremo un irrimediabile fallimento. Ai posteri l’ardua sentenza.

 
 
 
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