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Caso Loris: la Cassazione,"condotta e' stata "lucida" e "cosciente" e per questo e' "legittima"

di :: 13 gennaio 2020 14:42

veronica panarello

Veronica Panarello

Era il 29 novembre del 2014 quando Veronica Panarello denunciò la scomparsa del figlio Loris di 8 anni: raccontava di averlo accompagnato a scuola a Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, la mattina e di non averlo trovato all’uscita. Il corpo del bambino venne ritrovato poco prima di sera in fondo a un canalone nei pressi del Mulino Vecchio. E intanto i video delle telecamere di sicurezza del paese, passati in rassegna dagli investigatori, facevano emergere le prime incongruenze nel racconto di Veronica. La donna fu arrestata l’8 dicembre. L’autopsia rivelò che Loris è stato strangolato con delle fascette di plastica. Veronica Panarello ha sempre negato di averlo ucciso, cambiando però versione diverse volte: prima disse di essere completamente estranea alla faccenda, poi parlò di un incidente domestico e, infine, accusò il suocero: “E’ stato mio suocero, Andrea Stival. Eravamo amanti, ma il bambino l’ha scoperto e lui l’ha ucciso strangolandolo con un cavo”, disse ai periti psichiatrici. Per quell’accusa Andrea Stival fu indagato, come atto dovuto, ma la sua posizione è stata successivamente archiviata.

Il 21 novembre arriva la condanna definitiva a 30 anni di reclusione di Veronica Panarello, per l’omicidio del figlioletto. La decisione è della prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Adriano Iasillo, che ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputata, attualmente detenuta a Torino.  Oggi 13 gennaio, con il deposito della sentenza, la Suprema Corte spiega perche' il 21 novembre scorso dichiaro' inammissibile il ricorso dell'imputata contro il verdetto emesso dalla Corte d'assise d'appello di Catania nel luglio 2018: nessuna "amnesia dissociativa", scrivono i giudici del 'Palazzaccio', ma "la condotta posta in essere dall'imputata subito dopo l'omicidio del figlio risulta lucidamente finalizzata al depistaggio delle indagini che sarebbero inevitabilmente seguite una volta scoperta la morte del bambino, con la immediata - si legge ancora nella sentenza - risoluzione di disfarsi del cadavere del figlio buttandolo in un canale in una contrada periferica, con la simulazione di una violenza sessuale ai danni del piccolo, con il disfacimento degli oggetti adoperati per commettere il delitto o comunque a esso riconducibili". Veronica Panarello, secondo la Cassazione, "non versava in stato confusionale, come la stessa ha cercato di far credere", ma "al contrario era perfettamente cosciente e orientata nell'attivita' di eliminazione delle tracce del commesso reato e di depistaggio delle indagini".

 
 
 
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