Home Cronaca Rifiuti: Operazione della D.I.A., eseguiti sedici provvedimenti

Rifiuti: Operazione della D.I.A., eseguiti sedici provvedimenti

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Questa mattina su delega della Procura di Catania,  gli investigatori della Direzione Investigativa Antimafia, hanno eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare, nei confronti di imprenditori, funzionari amministrativi. Tra i destinatari del provvedimento, anche elementi ritenuti al vertice dei clan “Cappello” e “Laudani” di Catania, coinvolti, secondo l’accusa,  nella illecita gestione della raccolta dei , nei comuni di Trecastagni, Misterbianco e Aci Catena, con diramazioni nella Sicilia Orientale. Gli investigatori, hanno sequestrato anche  delle società per un valore complessivo di 30 milioni di euro circa.

Il capo della Procura Carmelo Zuccaro, ha detto che l’operazione di oggi, “è da manuale dell’illegalità, a cui si contrappone il manuale del perfetto investigatore”.  “Il clan Laudani e i Cappello decidono di non destare allarme sociale, e quindi di mettersi d’accordo quando si tratta di favorire una ditta profondamente infiltrata dalla ”.  “Ditte – ha spiegato il magistrato – che hanno ricevuto vantaggi veramente indebiti da Comuni che invece sono in dissesto e che comunque non ricevono, sotto il profilo del pagamento delle tasse destinate alla raccolta dei rifiuti, somme che corrispondono agli importi degli appalti che concedono”.  “Un aspetto che vorrei segnalare, ha detto il magistrato. “Che l’indagine nasce dall’intuizione degli investigatori.” “Non abbiamo –  ha detto Zuccaro – neanche una segnalazione, da parte di quei amministratori che non sono legati alla collusione corruttiva”.

“E’ impossibile che gli amministratori non si rendano conto che i loro Comuni erogano somme di denaro che vanno al di la’ delle loro capacita’”. “Nessuno di questi amministratori, segnala queste disfunzioni all’autorita’ giudiziaria: questo non si puo’ piu’ tollerare”. “L’appello che rivolgo a tutti gli  amministratori che non sono collusi con la mafia – ha detto il magistrato – e’ di non essere conniventi con la mafia e piu’ attenti al controllo della legalita’ del vostro territorio”. “Non si può piu’ continuare a sopportare che risorse pubbliche, già scarse, vengano sottratte”.

Il direttore della Dia, generale Giuseppe Governale ha detto, che  “c’è una mafia nuova, 2.0, che non appare, evita se può la violenza e che vuole soltanto fare affari. Ma la corruzione che non uccide le persone uccide la società. E lo fa con legami perversi tra mafia, amministrazione pubblica e imprese”. “Il ‘burocratese’ e la corruzione – ha aggiunto il generale – consentono alla mafia di fare sempre grandi affari. E’ una catena da spezzare. E con questa operazione abbiamo dato un segnale forte di presenza dello Stato. E per questo ringrazio la Procura di Catania che ci consente di monitorare bene il territorio”.

L’attività investigativa, chiamata  “Gòrgoni”, è scattata da una mirata indagine avviata dal Centro Operativo D.I.A. di Catania. In particolare, in seguito all’emissione nel 2015 di un provvedimento di interdittiva antimafia, decretato dalla Prefettura di Catania nei confronti della E.F. Servizi Ecologici S.r.l. Il direttore della Dia di Catania Renato Panvino, ha spiegato che alla Effe Servizi subentra la Senesi. Gli investigatori ricostruiscono un presunto intervento del giornalista Alfio Cutuli: “che funge da mediatore, tra il sindaco Maesano e Briganti per delle multe che gli erano state erogate dal comune di Acicatena per non aver effettuato dei servizi secondo criteri previsti dal capitolato”. “L’imprenditore, – ha spiegato il dirigente – , viene dal nord, ma si adegua bene alle modalità di cosa nostra”. Le multe ammontavano a circa 50mila euro.

L’analisi della copiosa documentazione amministrativa acquisita, avrebbe consentito di rilevare irregolarità formali nello svolgimento dei procedimenti amministrativi per l’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti nei comuni di Aci Catena e Misterbianco, ma anche di certificare, secondo l’accusa,  i rapporti con la criminalità organizzata etnea da parte dell’Amministratore Unico della società E.F. Servizi Ecologici S.r.l., vincitrice delle gare d’appalto, Vincenzo Guglielmino. Dalle intercettazioni emerge, come ricostruito dagli investigatori, come lo stesso, “lungi dal subire le prevaricazioni dei clan mafiosi operanti nei territori dove si svolge la sua attività di impresa, si rapporta in modo paritario agli esponenti più rappresentativi dei clan mafiosi catanesi, in particolare appartenenti al clan Cappello e al clan Laudani, considerandoli al pari di qualunque altro interlocutore commerciale dal quale acquistare servizi”.

Le indagini, avrebbero documentato “la sua intraneità al clan Cappello, al quale regolarmente e periodicamente Guglielmino eroga sostanziose somme di denaro (quasi fosse da considerare un costo di esercizio dell’impresa) in cambio, da un lato, del più tradizionale dei “servizi” offerti, vale a dire la protezione da eventuali danneggiamenti ai mezzi di esercizio della propria impresa perpetrati da clan rivali sul territorio, dall’altro del sostegno, rafforzato dalle tipiche modalità mafiose di intimidazione e soggezione, per l’affermazione e il mantenimento del monopolio delle sue imprese sul territorio, come anche per l’ulteriore ampliamento dei propri affari e, di conseguenza, dei propri introiti attraverso l’aggiudicazione di nuovi appalti”.

Numerose, infatti, sono state le conversazioni captate, dalle quali si evince il rapporto diretto con uno degli attuali esponenti di vertice del clan Cappello, Salvatore Massimiliano Salvo, in atto detenuto, il quale veniva incontrato più volte all’interno di un garage, gestito, secondo l’accusa, da Vincenzo Papaserio, “dove riceveva anche cadenzate dazioni di denaro a sostegno del clan”. Salvatore Massimiliano Salvo, figlio e fratello, rispettivamente, dei noti Giuseppe Salvo, meglio conosciuto come “Pippo ‘u carruzzieri” e Giovanni Piero Salvo, inteso “Giampiero”, ritenuti elementi di vertice del clan, entrambi detenuti dovendo scontare la pena dell’ergastolo.

Il dato interessante –  ha detto il sostituto procuratore Antonella Barreca – consiste nell’avere ulteriormente accertato che la compagine mafiosa, classica, non esiste più. La mafia di oggi vuole tra i suoi associati degli imprenditori. Un altro dato, è quello di andare ad accertare, che l’interesse criminale, è gestire questo settore in modo pacifico. Senza scontri, o farsi la guerra. Il sostituto procuratore Tiziana Laudani, ha spiegato “come l’appalto di Trecastagni, è stato già viziato nella sua origine, nella predisposizione di un bando che prevedeva dei requisiti dettati dallo stesso imprenditore al funzionario preposto alla redazione del bando”.  “Contestualmente, lo stesso funzionario, che per un verso fa in modo che l’appalto venga assegnato a Guglielmino, chiede protezione al clan, in quanto altri piccoli imprenditori pretendevano di avere la loro fetta sul mercato dell’assegnazione degli appalti”. Il nome dell’operazione viene chiamata “Gòrgoni”, (Erano tre sorelle, Steno, Euriale e Medusa. Di aspetto mostruoso, avevano ali d’oro, mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli e chiunque le guardasse direttamente negli occhi rimaneva pietrificato).  “Perche’ si è voluto fare riferimento a due aspetti, una di queste, la perversione morale e intellettuale, dove lo  sguardo pietrificava chi la fissava. Ma che seduce con gli appalti facili, la promessa di denaro facile , ma che poi determina gravissime conseguenze”.

Sono in tutto sedici le persone raggiunte dal provvedimento. Si tratta di  Gabriele Antonio Maria Astuto, catanese di 55 anni, responsabile dell’ufficio Tecnico del Comune di Trecastagni, accusato turbata liberta’ di scelta del contraente aggravata, corruzione; Rodolfo Briganti, di Venaria Reale (Torino), 58 anni, attuale rappresentante legale della Senesi Spa, per corruzione; Salvatore Carambia, detto “Turi ‘u Turcu”, pregiudicato catanese di 51 anni, per associazione di tipo mafioso; il giornalista Alfio Cutuli, 54enne di Aci Catena, cronista presso un emittente televisiva, con l’imputazione di corruzione; Pietro Garozzo, catanese di 48 anni, per associazione di tipo mafioso;  Giuseppe Grasso, 41enne di Catania, per associazione di tipo mafioso; Vincenzo Guglielmino, 63 anni, amministratore della E.F. Servizi Ecologici Srl, per associazione di tipo mafioso, turbata liberta’ di scelta del contraente aggravata, corruzione;  Alessandro Mauceri, 41 anni, di Catania, per turbata liberta’ di scelta del contraente aggravata, corruzione; Vincenzo Papaserio, 44 anni, di Catania, per associazione di tipo mafioso; Lucio Pappalardo, 40enne di Aci Catena, per associazione di tipo mafioso; Angelo Piana, 46 anni, di Catania, per turbata liberta’ di scelta del contraente aggravata, corruzione; Fabio e Luca Santoro, 26enni di Catania, per associazione di tipo mafioso;  Raffaele Scalia, detto “Ele”, 59 anni, di Catania, per associazione di tipo mafioso; Davide Agatino Scuderi, 43 anni, di Catania, per associazione di tipo mafioso. Domenico Sgarlato, 61enne di Catania, all’epoca dei fatti dirigente dell’Ufficio Tecnico Lavori pubblici – Servizi ambientali e manutentivi del Comune di Trecastagni, per turbata liberta’ di scelta del contraente aggravata, corruzione.

L’attività investigativa è stata caratterizzata anche da un’indagine patrimoniale mirata a colpire le ricchezze accumulate dagli imprenditori collusi, tanto da individuare imprese e rilevanti patrimoni societari e immobiliari che, benché formalmente intestati a congiunti, erano riconducibili ad alcuni indagati, ed evidenziare forti profili sperequativi tra i redditi dichiarati e il patrimonio.

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