Mediterraneo, Libia, migranti: 2017 anno di “svolta”?

    Mediterraneo, Libia, migranti: 2017 anno di “svolta”?

    In molti sostengono che questo 2017 potrà essere considerato un anno di “svolta” nel Mediterraneo e che potranno essere risolti i problemi del caos in Libia e del flusso di migranti che da quel Paese si dirige verso la Sicilia. Ipotesi basate su dati di fatto, o semplice “speranze” che andranno disperse con il trascorrere dei mesi?

    Di ciò che accade in Libia in realtà si conosce ben poco: quel “poco” che si è apprende è “molto” se si tiene conto che le informazioni giungono dagli inviati dei grandi mass media, e non da “competenti” autorità in loco o esterne. Uno degli ultimi reportage da Tripoli (12 febbraio) porta la firma di Francesco Semprini del quotidiano La Stampa, che ci offre questo scenario della situazione che, di certo, non può considerarsi rassicurante: Caroselli armati, afflusso di milizie, insofferenza per le Nazioni Unite e malcontento popolare. A Tripoli c’è un braciere che brucia sotto le ceneri della rivoluzione pronto a infiammare anime e soldati, a una manciata di giorni dall’anniversario del 17 febbraio 2011, l’inizio della primavera libica. Percezioni e fatti, come la «calata» in blocco nella capitale della neonata Guardia nazionale libica, le prove muscolari della polizia Rada, gli scontri tra brigate, e l’incertezza sul futuro. Timori che il dipartimento di Stato americano fa propri in un comunicato nel quale esprime «seria preoccupazione» per il confluire nella capitale libica di mezzi della «cosiddetta Gnl». «Un dispiegamento che potrebbe destabilizzare ulteriormente la già fragile sicurezza di Tripoli», avverte Foggy Bottom rinnovando l’invito «a sostenere il processo di riconciliazione politica sotto il Gna» e «impegnandosi a vigilare sulla transizione verso un nuovo governo con elezioni pacifiche» nell’ambito degli accordi di Skhirat.
    Vale la pena ricordare che al momento la Libia è controllata “principalmente” da due fazioni in aperto conflitto tra loro: da una parte il governo riconosciuto dalla comunità internazionale di Tripoli e dall’altra le forze che controllano la base militare di Tobruk ad est del Paese, che appoggiano il generale Khalifa Belqasim Haftar, vicino alla Russia. L’ONU ritiene che la pace tra le due parti in contrapposizione consentirà alla Libia di raggiungere la prosperità e la stabilità. Due “principali” contrapposizioni ma, come scrive lo stesso Francesco Semprini, In questo momento ci sono 38 formazioni armate a Tripoli, tra le più forti tre sono con Sarraj, tre sostengono Khalifa Ghwell, ex presidente del Consiglio e rivale del premier. Queste a loro volta controllano altri gruppi sparsi sul territorio a macchia di leopardo. Ci sono poi gli islamisti dall’una o dall’altra parte, come quelli del Mufti Sheikh Sadeq Al-Gharyani con Ghwell, e le brigate Kara vicine a Sarraj. La matrice comune rende pertanto poroso il confine degli schieramenti, agevolando un cambio di sponda per credo o convenienza. I gruppi hanno poi collegamenti con formazioni di altre città, il che pone un rischio di amplificazione dello scontro (…). Una situazione che attualmente non presenta una prospettiva di “svolta” positiva nello scenario del caos libico, semmai presenta una prospettiva negativa, cioè quella di un inasprimento delle precarie condizioni di equilibrio/instabile.

    Nonostante l’accordo Italia/Gentiloni e Libia/Fayez al Sarraj che prevede aiuti economici e apporto di addestratori italiani per la Guardia Costiera libica, e nonostante che il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Franciszek Tusk, sia convinto che “Ora è tempo di chiudere la rotta dalla Libia all’Italia. Ho parlato a lungo col premier Gentiloni  e posso assicurare che possiamo riuscirci. Quello che serve è la piena determinazione a farlo (…)” attualmente, e chissà per quanto tempo ancora, non si intravede la possibilità di una “svolta” per frenare il flusso dei migranti diretti in Italia. E lo stesso Ayoub Omar Ghasem, portavoce delle forze navali libiche che vigilano sulle coste occidentali del Paese, da Sirte sino al confine con la Tunisia, che dichiara all’inviato de La Stampa, ricordando la guerra che distrusse Gheddafi e la Libia di Gheddafi nel 2011: «I bombardamenti della Nato hanno polverizzato la flotta navale libica», e quindi anche le motovedette che Gheddafi aveva varato per contrastare i traffici di migranti in base agli accordi del 2008. Ad oggi le forze costiere possono contare su piccole imbarcazioni e un paio di unità più grandi per le rotte di altura (…). In queste condizioni appare utopistico il “blocco” del flusso di migranti che continua ininterrotto verso la Sicilia.