IL KARMA VINCENTE DI GABBANI: L’OCCIDENTE BALLA A RITMO DI FILOSOFIA.

    IL KARMA VINCENTE DI GABBANI: L’OCCIDENTE BALLA A RITMO DI FILOSOFIA.

    Agli italiani piace la filosofia in musica: l’inattesa vittoria di Francesco Gabbani ci fa capire come la nostra nazione voglia un Sanremo leggero… l’unico motivetto ballabile in gara ha vinto. La scorsa vittoria nell’ambito dei giovani, sempre a tema etico, è stata seguita dalla 67esima edizione del Sanremo dei Big. Sebbene ripetersi è sintomo di scarsa originalità, la vittoria di Gabbani segna un chiaro gusto del pubblico italiano… Se non altro il direttore artistico l’anno prossimo avrà una statistica poco equivocabile al momento di scegliere le canzoni in gara. Una volta vinceva il melodico “sole cuore amore”, nel 2017 vince chi fa ballare di più a suon di etica.

    E pensare che un brano del genere fino a pochi anni fa sarebbe risultato “atipico, quindi da fondo classifica”. Sanremo è segno dei tempi, che inesorabilmente cambiano. Il trio finalista se l’è giocata anche sui rimanenti premi: Francesco Gabbani ha vinto il Premio Tim Music; Fiorella Mannoia, arrivata seconda, il Premio Salastampa e Miglior Testo; mentre dal terzo posto Ermal Meta guadagna unicamente, purtroppo, il Premio della Critica. In pratica si è verificata una rara sintonia tra tecnici e pubblico. Alla sua terza fatica sanremese, Carlo Conti chiude il cerchio di questa esperienza eccezionale.

    Il conduttore ha mostrato a 360 gradi il suo talento: il suo approccio gradevole e completo verso il pubblico ha fatto da collante a questo frastagliato fenomeno di costume. E se l’accurata analisi del vestiario sanremese non cattura mai l’attenzione di chi predilige la musica, quest’anno è saltata agli occhi una fitta coerenza tra il cupo degli abiti di Maria De Filippi e la sua conduzione. Peccato. Anche per i troppi errori dovuti correggere dal buon Carlo. Cosa ricorderemo di questo Festival? Non molto. Sicuramente il connubio di Rai e Mediaset che, per quanto fiabesco, ha lasciato un po’ tutti con qualche riserva in tasca. E’ stato il Sanremo dei talent per eccellenza: la presenza dei giovani sfornati dalle trasmissioni è stata forte ed ingombrante, ma non sempre artisticamente matura. L’Ariston è stato la cabina della “risonanza magnetica”, come l’ha chiamata Crozza, in cui i fiori “della tradizione” sono diventati “dell’educazione” (da uscire unicamente alle dame per cavalleria!). E’ stato il palco di ospiti che ricorderemo a stento o per niente, con performance scadenti, sebbene internazionali; i grossi nomi “canterini” italiani sono serviti a ricordarci che la loro bravura vacilla davanti alle gare sanremesi, evitate accuratamente. La grossa novità che non tutti hanno notato e che ha impattato non poco sulla conoscenza dei cantanti in gara, è stato il backstage.

    Un backstage che non perdona, che ci mostra gli artisti in momenti “intimi”: l’attimo prima e dopo di salire sul palco, l’attimo in cui sanno le loro sorti di gara… Insomma, se avessero messo una telecamera nei wc, sarebbe stato quasi uguale e la dimostrazione sta proprio nelle reazioni che vediamo… gli artisti sono stati messi a nudo nei loro momenti clou e non sempre erano felici di questo. E se le serate sanremesi hanno mantenuto uno share caldo, di certo la temperatura si è ulteriormente alzata la sera delle cover, quando un favoloso Ermal Meta ha guadagnato il primo posto e la commozione del pubblico: la sua interpretazione di “Amara terra mia” non ha fatto desiderare Modugno… e questo era inimmaginabile. La stessa sera Masini ha fatto una scelta coraggiosa (“Signor tenente” di Faletti), ma premiata con un terzo posto. La categoria dei Giovani non ha regalato piacevoli sorprese, anzi, l’assenza d’incisività ha avuto la meglio… Eccezion fatta di Marianne Mirage (“Le canzoni fanno male”), che nonostante il vero talento è stata scartata subito.

    La critica ha premiato Maldestro, i giornalisti hanno esaltato Tommaso Pini e la vittoria decisiva è spettata a Lele. La comicità è mancata, la satira no: ci ha pensato Crozza, a modo suo, con battute prevedibili e a distanza (il fine è ancora da capire). Si fa qui menzione di ciò che colpisce maggiormente nel bene o nel male, ma a poco serve: la kermesse festivaliera sta cambiando al ritmo della nostra società e ben poco lascia il segno da un po’ di tempo a questa parte. Ogni anno ci si sforza di dettagliare il Festival, ma gli anni precedenti sono sempre più foschi nei ricordi. Gli “evergreen” sono finiti circa due decenni fa e ci ritroviamo ad avere in gara dei big semisconosciuti e delle canzoni di breve scadenza.

    Eppure resta una costante in ogni occasione sanremese: l’emozione, quella è l’unica che non sparisce mai. Passeranno altri decenni di Festival nella totale distrazione e nell’effimero delle mode musicali, ma rimarranno sempre quegli istanti contemporanei alle serate sanremesi in cui non riusciremo a staccarci dalla tv: nella gioia di un’emozione musicale, cercheremo per sempre di scovare un evergreen… e anche se non succederà, Sanremo resterà per sempre un fermo immagine emozionale della nostra Italia (musicale e non) che cambia.